mercoledì 18 novembre 2015

Siate rivoluzionari, non ignoranti.

Per me la TV è un parallelepipedo scomposto, un suppellettile da spolverare pigramente con lo Swiffer. Preferisco informarmi con la carta stampata o sui siti web. Perciò il 13 novembre alle 21 la TV era spenta, ero lontana da Parigi e leggevo “Grande seno Fianchi larghi” di Mo Yan. Andai a letto con l'immagine della Cina rurale invasa dai giapponesi nel distretto di Shandong, e col tredicenne Jantong che lottava col suo disturbo psico-somatico di svezzamento dal latte materno. La mattina successiva mi svegliai con la voglia di fare un viaggio in Oriente ma venni catapultata a Parigi. Aprii Twitter e mi resi conto che era successo qualcosa. A quel punto ho acceso la TV. Ogni tanto entravo sul Web per leggere ulteriori notizie e ovviamente c'era anche l'eco dei social network: polemiche sul tweet di Me Cojons, indignazione sul post di Stigran Cazzis. Come se il destino del mondo dipendesse dal tweet di qualcuno, dal lancio di qualche improbabile hashtag o dai Like racimolati. È mia consuetudine di fronte alle tragedie umane rimanere in silenzio: lo preferisco di gran lunga al chiassoso starnazzare di chi ostenta un dolore talvolta fuori luogo. È giusto esternare, ognuno lo fa come meglio crede, ma ostentare è davvero abominevole. Mi sono quindi limitata a scrivere la mia scelta silenziosa e ho chiuso le finestre del web fino a ieri, quando ho aperto Twitter e Facebook e mi sono resa conto della moltitudine di commenti, post e tweet carichi di una violenza barbara che avrebbe fatto impallidire anche Erode il Grande. Mi riferisco in particolar modo a Facebook dove i miei “amici” sono per il 70/80% persone che realmente conosco, con le quali ho degli scambi più o meno frequenti, alcuni li ho visti nascere e crescere, altri sono amici sparsi nel mondo e altri ancora sono follower di Twitter che come me, ogni tanto travasano su Facebook, e che ho avuto il piacere di conoscere di persona e instaurare con loro delle belle relazioni. La prima cosa che ho notato è stata una moltitudine di post stile “bombardiamo gli islamici/distruggiamo i musulmani/buttiamo fuori gli stranieri” e via sulla stessa falsariga, tutti scritti da ragazzi e ragazze che conosco e che abbraccio quando li incontro. Ma come ragazzi? Avete sbagliato la formulazione della frase, calma! Le parole sono importanti, magari avete letto il titolo di quel “quotidiano” e avete pensato che fosse giusto generalizzare e fare di tutta la merda una cloaca. A me spiacerebbe se bombardassimo TUTTI gli islamici perché ci andrebbe di mezzo Majida, la mia amica iraniana e il fratello che era in piazza a farsi massacrare quando Ahmadinejād attuava la sua politica repressiva contro gli studenti. Loro considerano l'Isis un gruppo di criminali che infangano il nome di Allah. E anche Setayesh e la sua famiglia afgana, che sono musulmani ma non portano il burqa, che quando vedono le foto dei terroristi dell'Isis si appartano e pregano Allah affinché li fulmini. O Kamal, il mio amico marocchino al quale l'Isis ha distrutto mezza famiglia in una di quelle stragi che non fanno notizia. Forse volevate scrivere “distruggiamo l'Isis” e vi è scappata la tastiera dalle mani. E io sono d'accordo, perché l'Isis è composta da terroristi fanatici che uccidono occidentali e musulmani senza nessuna distinzione, criminali che devono essere fermati e anche in fretta. E non ho alcuna soluzione per eliminare i terroristi, mi affido a chi ne sa più di me, a chi fa della diplomazia e delle relazioni internazionali il proprio lavoro. Mi limito ad ascoltare, consapevole che non è semplice trovare una soluzione indolore, e spero solo che agiscano in fretta. E mi sfugge l'utilità della genialata di buttar fuori gli stranieri, perché vorrebbe dire riprenderci gli italiani sparsi nel mondo, e mentre gli stranieri in Italia sono 3.929.916 (dati ISTAT) gli italiani all'estero sono 4.636.647 (dati AIRE – Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero), e magari riprenderci tutti gli italiani che nel corso della storia si sono stabiliti in altri paesi acquisendone la cittadinanza, e anche i loro figli oriundi, che secondo il Ministero degli Esteri nel 1995 erano 58,5 milioni (sito emigrati.it). A conti fatti questo scambio non gioverebbe alla nostra economia. E non pensiamo di riprenderci gli italiani all'estero “brava gente” e mandar via gli stranieri delinquenti. Basta con quest'idea che gli stranieri in Italia delinquono mentre gli italiani all'estero sono tutti bravi ragazzi che lavorano sodo: all'estero ci sono tanti italiani splendidi ma anche fancazzisti e dediti al malaffare esattamente comme in Italia. A Londra il fumo buono lo compri solo dagli “italian guys” a King's Cross St. Pancras. Il tatuaggio che ho nel polso l'ho fatto vicino a Tottenham Court Road, dove ho scoperto che gli “italian tattoo studios” hanno i prezzi più bassi di Londra perché i loro negozi non risultano da nessuna parte e fanno tutto in nero: riusciamo ad esportare l'arte dell'inchiostro insieme a quella dell'evasione fiscale. Potremo continuare con gli esempi, esattamente come potremo continuare con storie di italiani all'estero che invece danno lustro al nostro stivale con la loro tenacia e genialità. Come gli stranieri: ne abbiamo di buoni e cattivi, ovunque. Comprendo la rabbia del momento ma le parole in questi casi sono fondamentali, perché si rischia di fomentare odio che notoriamente porta solo a distruzione. “Andare a fare la guerra/invadere gli stati islamici” non è esattamente facile come prendere lo zainetto e fare trekking nel Sacro Monte di Varallo. Ma la maggior parte hanno la soluzione in tasca, infallibile, la ricetta per tutti i mali, sanno tutto di politica estera, di economia e finanza, e ovviamente anche di politica interna, religioni, fisica quantistica e minchiologia. E non vanno bene i comunistoni buonisti che schifo, e Renzi imbecille non capisce un cazzo, e Alfano burattino. e bombardiamo tutto il medio oriente, e gli americani assassini si devono fare i cazzi loro, e i musulmani vanno eliminati, e la Fallaci gran donna che ci vedeva lontano, e Putin è l'unico che fa le cose giuste, e tutti con Salvini che ha capito tutto, e mio nonno lo diceva che bisogna sterminarli tutti questi bastardi, e mia zia ha fatto le lasagne con le polpette minchia che buone oh. Tutto questo scritto da persone che io conosco personalmente. Ora ragazzi, le cose son due: o voi negli ultimi mesi/anni avete ingoiato intere biblioteche come contorno alle lasagne, oppure io in 43 anni ho letto solo Topolino. Va benissimo farsi un'idea della situazione globale del pianeta con tutte le trame sociologiche e storiche, ma tali idee vanno supportate da una conoscenza. E badate, non sto dicendo che per essere intelligenti bisogna essere colti, mangiando pane e Feuerbach a colazione, semplicemente bisogna quantomeno avere cognizione di causa quando si esprime un'idea, magari non facendola passare come l'assioma di Peano. Ho imparato più da mio nonno che da tutti i libri dell'università, anche se mio nonno firmava con la X. Ma mio nonno era umile e cercava di imparare ogni giorno una cosa nuova, mi invitava a dubitare e di studiare per risolvere i dubbi. Lui non aveva scelto di non saper leggere e scrivere, lui non POTEVA farlo, perché a 6 anni era su una montagna a sorvegliare capre, e quando c'era la guerra aveva 12 figli da campare. E si sentiva in debito col mondo per la sua ignoranza, ma cercava di imparare. Ma voi no, voi no cazzo, voi non avete giustificazione per la vostra florida e strabiliante ignoranza, voi no, voi avete tutti gli strumenti per istruirvi, per avere delle conoscenze almeno basilari, voi avete tutto ciò che vi serve per crescere e migliorare. Perciò la vostra ignoranza è una SCELTA. E non voglio giudicare le scelte altrui ma almeno siate consapevoli dei vostri limiti. E io vi conosco, vi stringo la mano al bar quando vi incontro e ho rispetto per voi, tanto, ma non potete fare i tuttologi su uno sterile social quando l'unica cosa che avete letto nell'ultimo mese è il bugiardino dei profilattici ritardanti. Profondi conoscitori di politica estera quando l'unico posto lontano che avete visitato è la caserma alla visita di leva, ed è indicativo come gli unici esperti di cultura straniera siano quelli che non sono mai usciti dall'Italia o al massimo hanno visitato i bordelli di Amsterdam o il puttanesimo della Thailandia. Avete una conoscenza religiosa che si limita al catechismo della terza elementare ma sapete tutto del Corano, della Bibbia, dei testi sacri dell'induismo e anche dei Vangeli. Probabilmente anche di Buddha, anche se dovete sapere che dal vivo non era così grasso, lo disegnavano così. L'Islam che tanto odiate e gli ebrei che vi stanno sulle palle, hanno un punto in comune: il patriarca Abramo, che però è anche il patriarca del Cristianesimo. Io sono atea, credo negli esseri umani, nella loro bontà e nella loro capacità di sbagliare e redimersi, ma voi, così, a spanne, mi sa che siete tutti figli dello stesso padre-patriarca. Tenetelo a mente quando insultate il Dio degli ebrei: magari il vostro Dio cristiano non sarebbe tanto d'accordo. E non voglio sembrare quella che sfoggia il proprio misero sapere: sono quella che legge, a volte bulimicamente, dai 5 ai 7 libri al mese e mi sento sempre all'ultimo banco, quella che ne sa un paragrafo in meno di mio nonno, ma voi parlate con la sicumera di chi conosce un capitolo in più del libro...che non avete mai letto. Ne sapete di più di quegli “sfigati” che si sono consumati gli occhi studiando economia, finanza, politica estera, sociologia e relazioni internazionali. Ma perché quegli “sfigati” hanno perso i loro anni migliori a studiare strumenti e strategie quando bastava incontrarvi al Bar Sport per sapere esattamente come risolvere conflitti bellici, sociologici e politici? Bisogna avere grande, enorme rispetto per chi studia, per chi legge, per chi ha sete di conoscenza, perché da loro possiamo apprendere e migliorare. Ho scelto di studiare, ho scelto di leggere e ascoltare, perché penso che solo così si possa crescere. Sono andata all'università spaccandomi la schiena nelle cucine dei ristoranti di Sassari, perché a casa non c'erano soldi e studiare è stata una mia scelta. Andavo a dare gli esami e nascondevo le mani sotto la cattedra perché erano piene di ferite infette che mi procuravo pulendo il dentice e aprendo ostriche per il sindaco o grigliando costate per il presidente. Ho incassato con dolore i vostri “tanto la laurea non serve a un cazzo”, e avevate ragione, perché quel poco che so l'ho imparato ascoltando chi ne sapeva più di me, leggendo al di fuori del percorso accademico e confrontandomi con persone di ogni etnia e religione. Quando in estate facevo la cameriera per i VIP nei ristoranti della Costa Smeralda, per poi pagarmi gli studi, voi avete scelto di andare in spiaggia a prendere il sole. E avete fatto benissimo, però un libro potevate portarlo sotto l'ombrellone, magari uno di grammatica, giusto per sapere che il condizionale non è un pezzo del motore simile al differenziale, e questo vi avrebbe impedito di scrivere su Facebook “questi islamici anno rotto il cazzo”, lasciando la h a far compagnia ai tasti obsoleti della tastiera. Siete stati, e ancora lo siete, liberi di scegliere fra l'ignoranza e l'umiltà del sapere, e avete scelto la prima. Non condanno la vostra scelta e neanche la giudico, semplicemente non rompete i coglioni con i vostri postulati che ricadono su tutti: anzitutto sui vostri figli, sulla nostra società, sul nostro futuro e sul nostro benessere biliare e sfinterico. E a me spiace tanto che abbiate l'idea della politica alla Salvini e simili. Mi spiace che voi ignoriate il vero senso (perduto) della politica, di quell'arte di amministrare la polis per il bene di tutti. Mi spiace che non abbiate mai letto Gramsci, che non abbiate sentito parlare Berlinguer su un palco, o ascoltato De Gasperi, e che non abbiate mai sentito urlare Pertini che oggi, a quelli che sfoggiano cartelli idioti sugli scranni del parlamento, li avrebbe presi per un orecchio e mandati a spalare letame nell'Agro Pontino. Mi spiace che per voi la politica sia rappresentata da uno che mostra la pistola in TV, da chi usa il Vaffanculo risolutivo e l'insulto come dialettica. Mi spiace che per voi la politica sia
comunisti= dittatura Russia/Cina,
destra=capitalismo/America,
centro=Andreotti/Democrazia Cristiana che quando c'erano loro rubavano ma ce n'era per tutti.
Ovviamente io che sono imbecille ho dovuto studiarmi Keynes e Adam Smith per farmi un'idea minima del capitalismo, e per un'infarinatura del comunismo ho dovuto scomodare oltre a quel mattone di Marx anche Tolstoj e Solženicyn. E per questo non mi sento migliore di chi non li ha letti, ma almeno faccio l'unico atto rivoluzionario concesso in questo periodo storico: istruirmi. E voi dovete leggere ragazzi, perché essere ignoranti non è più una scusa e neanche uno status accettabile. Perché l'ignoranza è pericolosa, è un cancro che distrugge e uccide. I terroristi sono criminali ignoranti, chi inneggia alla morte è ignorante, chi predica l'odio razziale è ignorante, e scegliendo l'ignoranza diventate il pasto preferito di quattro sciacalli avvezzi alla demagogia. E l'ignoranza quando sale al potere è pericolosa quanto una bomba sull'uscio di casa, perciò istruitevi perché siete voi il futuro e si spera che riusciate a renderlo migliore. E per favore, evitate di postare i video di De Andrè subito dopo aver scritto quelle minchiate. Perché se il buon Faber fosse ancora fra noi, vi avrebbe sorriso con tenerezza, e fra uno sbuffo di fumo e un sorso di vino, avrebbe fischiettato “se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo”.  E poi, con una sottile lacrima, vi avrebbe regalato un bel libro.
Lanciandovelo a mano piena sulla calotta cranica.

venerdì 10 aprile 2015

La danza di un palloncino sgonfio.



C’era una volta un bambino bellissimo che per comodità chiamerò Jons. Nacque in Sardegna, in un piccolo paese di collina, e tutti gli abitanti capirono da subito che era speciale: rendeva bello tutto ciò che gli stava intorno. I genitori di Jons erano felici di quel primo figlio morbido e sorridente ma quando aveva quasi un anno si resero conto che quel bambino speciale non stava poi tanto bene. La madre lo prese con se e cominciò a vagare per gli ospedali, vegliandolo notte e giorno, dormendo su una sedia e aspettando risposte da qualche camice bianco. Infine la risposta arrivò. La madre tornò a casa con quel fagotto e spiegò brevemente al marito parole che non capiva: Talassemia, o Morbo di Cooley, o Anemia Mediterranea. Lo guardarono e notarono che forse era solo un pochino più pallido di quando sembrava stesse bene, perciò pensarono che quella strana malattia non poteva intaccare la sua bellezza e tornarono a pensare che era semplicemente un bambino speciale. Jons si rimise in fretta, anche se risultava sempre più difficile spiegare agli altri che quel bambino così speciale si portava dentro una condanna: i suoi occhi vispi ogni settimana pendevano per ore infinite da una sacca di sangue, appesi al filo rosso di un palloncino sgonfio. Forse dei genitori normali si sarebbero fermati a quel primo figlio, invece i genitori di Jons ne sfornarono altri 3, convinti che una malattia non potesse intaccare il desiderio e la fame di vita che alloggia in ogni essere umano. Probabilmente avevano ragione, perché quei bambini crescevano senza mai sfiorare la tristezza: la malattia di Jons prese da subito le sembianze di una routine alla quale tutta la famiglia si adeguò senza traumi. Peraltro Jons era bravissimo a far sembrare tutto straordinariamente normale e semplice: era un mago che sapeva legare le lacrime di tutti con un filo spesso di spensieratezza, per poi gettarle in aria come fossero chicchi di grano capaci di partorire rigogliose risate. Nonostante le attenzioni protettive della madre niente poté impedire al bambino di avere una vita normale: Jons correva, saltava, sperimentava nuovi giochi ed era amato da tutti, questo nonostante le lunghe permanenze in ospedale. Già, perché via via che cresceva i problemi aumentavano, non solo per la necessità sempre maggiore di trasfusioni di sangue ma per un sistema immunitario quasi inesistente, per cui anche una banale influenza diventava una probabile causa di morte. Durante uno di questi sgraditi soggiorni, forse per l’asportazione della milza o forse per un’appendicite in peritonite, la madre cominciò a pensare che il buon Dio fosse andato in vacanza, scordandosi di spedir loro una botta di culo. In quell’occasione insieme a Jons fu ricoverata anche la sorella Pinchitta per una bronco polmonite virale: quando si dice che la fortuna è cieca, eh! Pinchitta alloggiava comodamente al 2° piano e Jons al 4°, e la madre, non avendo il dono dell’ubiquità faceva la spola passando gran parte del tempo a correre nelle scale più che al capezzale dei figli. Poi i medici le consigliarono di rimanere con Jons perché Pinchitta era abbastanza contagiosa e questo poteva aggravare le condizioni del fratello maggiore. Poco male, perché Pinchitta era una bambina rotonda con la parlantina di un mangianastri, e quando rideva anche il primario balzava sulla sedia convinto che 583 pattuglie di pompieri avessero fatto irruzione nel reparto a sirene spiegate. Le infermiere se la contendevano come fosse un peluche della Trudi e le coccole arrivavano a vagonate. Passò tanto tempo, forse un mese, finché un giorno l’infermiera grassa coi capelli di fieno arrotolato la prese in braccio, la mise in ascensore, le coprì la faccia con una mascherina e quando le porte si aprirono Pinchitta sentì una voce che le riempì le orecchie fino a toccarle le viscere. Dalla porta Pinchitta vide la madre con un piatto di cibo dall’aspetto nauseante, che cercava di convincere Jons che quel polpettone era il più buono del mondo, ma lui la sapeva lunga e implorava le salsicce arrosto che abitualmente mangiava a casa. Jons era pieno di fili rossi, bianchi e gialli, sembrava un burattino legato alle corde maldestre del destino. Mentre la mamma correva ad abbracciarla, Pinchitta non riusciva a distogliere lo sguardo dalla sacca di sangue, dal tubicino che scivolava ai piedi del letto, dalla bottiglia che gocciolava nel braccio di Jons. “Sta meglio, gli antibiotici l’hanno devastata ma si sta riprendendo, torneranno a casa insieme” disse l’infermiera mentre stringeva Pinchitta col suo braccio morbido e caldo, come se volesse proteggerla da tutto il male del mondo. Jons era inchiodato al letto, la guardava come se volesse dirle tantissime cose, Pinchitta lo salutò agitando la mano, lui le strizzò l’occhio e le sorrise con quella sua maniera indelebile, e fu come se i fili che lo avvolgevano avessero imprigionato anche la sorella, in una sorta di abbraccio dal quale nessuno dei due si sarebbe più liberato. E tornarono a casa insieme, un giorno di quasi primavera, trovarono il camino acceso, affinché nessuno potesse sentire freddo aprendo la porta di casa. Era stato solo un beffardo urto del destino che non fermò la voglia di vivere di quei due. Sarebbe bello avere per sempre l’inconsapevolezza dei bambini che cadendo dal precipizio sorridono pensando che è bello volare e non si curano dello schianto o delle ferite che avranno addosso. Jons e Pinchitta divennero compagni di giochi e complici, dormivano in camera insieme, e per la madre non fu un compito facile tenerli a bada, visto che l’uragano Katrina era una brezza leggera in confronto a quei due tsunami. Andavano nella piazza del paese a giocare con le biglie, e Jons era bravissimo: vinceva e le biglie di troppo le regalava a Pinchitta. La casa venne invasa da biglie colorate e ogni membro della famiglia era solito scivolarci sopra prendendo la sua quotidiana culata sul pavimento. La mamma pensò bene di cucire le tasche dei pantaloni dei due affinché non avessero modo di portare a casa le biglie vinte. Peccato che un giorno Pinchitta trovando le sue tasche chiuse a 4 mandate di punto croce, pensò di metterle in bocca usando le sue guance come tasche. Orrore! Quando i due tornarono a casa sembravano due scoiattoli con un melone Cantalupo in bocca. La madre scucì tutte le tasche per evitare un altro soggiorno in ospedale dovuto all’ingestione di una quintalata di palline. Finite le biglie i due si diedero all’allevamento delle più disparate specie di fauna locale. Cominciarono ad allevare formiche sottraendo graminacee dal deposito del padre. I formicai ebbero presto le dimensioni del Krakatoa. La zia vi sprofondò dentro e ne uscì una quantità di formiche impazzite che coprirono metà del giardino. Il giardino venne zappato e i formicai distrutti. Allevarono passeri, tordi, quaglie e qualsiasi volatile si aggirasse spensierato sotto le tegole della casa della nonna. Ma gli uccellini non erano animali di compagnia: tornavano solo se i due unni in miniatura avevano fra le mani quantità inestimabili di cibo, poi volavano via. Poco male, ripiegarono sui piccioni. Ne catturarono uno, lo nutrirono fino a fargli assumere le proporzioni di un fagiano obeso. Probabilmente quel volatile aveva una mailing list più lunga del WWF e nel giro di poco tempo il cortile venne invaso da piccioni che sostavano ovunque in attesa di cibo. Un giorno la madre lasciò le finestre aperte per il caldo e l’indomani trovò in cucina volatili, piume e una coltre di guano che trasformò le maioliche di casa di un colore MarroNero. Bastarono due spari in aria di un cacciatore e dei piccioni non se ne ebbe più notizia. Stessa sorte toccò ai pulcini: quando i due tornavano da scuola trovavano qualche piuma sparsa nel patio, un coccodè in meno nel cortile e una coscia di pollo in più sul piatto. Quando sul piatto trovarono il coniglio alla cacciatora, i due bambini capirono che anche Bachisio e Lola, i due conigli che avevano sfornato una cinquantina di figli, erano passati nel purgatorio della cucina materna. L’infanzia finì con l’ultimo tentativo di allevamento: i topi. Dopo che i due ebbero sottratto ingenti quantità di formaggio dalla cantina familiare per nutrirli, il capostipite riuscì a scappare dal recinto, che ingrato! Qualche settimana dopo la nonna tirò fuori dalla credenza un enorme vassoio di dolci avvolto nella carta velina. Quando lo aprì svenne, visto che al posto di tiricche e amaretti vi era un gigantesco topo obeso coi baffi ancora sporchi di pasta di mandorle che a stenti riuscì a scappare fra le gambe delle signore riunite per il caffè. Finì la loro infanzia e iniziò l’adolescenza con tutti i suoi problemi e le sue bruciature ancora tutte da scoprire. Jons crescendo aveva sempre più bisogno del sangue degli altri. Per le sorelle di Jons era diventato normale chiedere agli amici se conoscevano qualcuno che potesse donare il sangue al fratello. Forse a quell’età sarebbe stato più normale per loro chiedere un passaggio in motorino piuttosto che una sacca di sangue. Ma la madre era stata bravissima nel rendere quella malattia una cosa normalissima, perciò ciascuno faceva il suo pezzo con la stessa naturalezza con la quale si beve un sorso d’acqua fresca dopo una corsa. Pinchitta un giorno cercò sull’enciclopedia “Anemia mediterranea”, “Beta Talassemia Major” e “Morbo di Cooley” e l’unica cosa che capì fu che erano 3 sinonimi. Chiese alla madre perché Jons andava sempre più spesso in ospedale e perché il suo colorito era sempre più scuro. La madre spiegò le cose così come si devono spiegare ai bambini: “L’emoglobina di Jons è capricciosa e rende i suoi globuli rossi deboli, o addirittura li fa scomparire, pufff! come un mago maligno! Perciò i medici prendono altri globuli rossi, li mettono nelle sacche e li regalano a Jons. Solo che tutto questo via vai di globuli produce un sacco di ferro nel fegato, ma noi non ci facciamo mica fregare dal ferro eh! Perciò Jons ogni giorno mette 3 fiale di Desferal nel suo sangue per sconfiggere il ferro. Eh si, diventa un po’ più scuro e giallognolo degli altri perché a volte vince il ferro…ma non per sempre eh!”. È un vero peccato che non si possa restare sempre bambini e vedere le cose come in un cartone animato, colorato, pieno di suoni e allegria, e con un lieto epilogo prima che compaia la scritta “The End”. Jons crescendo conobbe tutti i reparti degli ospedali del circondario, Pinchitta scoprì che bastava una banale bronchite per ridurlo quasi cadavere fra le lenzuola madide di una brandina. Col tempo la madre di Jons poteva fare l’infermiera ad honorem, era in grado di cambiare le flebo, sapeva dove stavano pappagallo e padelle di ogni reparto, era conoscenza di tutti i turni del personale medico e paramedico di ogni presidio ospedaliero. Questo ruolo toccò presto alle sorelle. Pinchitta si rendeva conto che ogni volta che Jons veniva ricoverato in ospedale, erano il ferro e l’emoglobina stronza a vincere su Jons. Diventava straziante vedere quel ragazzo appeso ai tubi, voltarsi e chiedere “Sto per morire, vero?”. Queste frasi si dovrebbero pronunciare a 90 anni, non a vent’anni. Ma Jons era speciale, ve l’ho gia detto: si riprendeva in fretta e una volta sconfitta la cattiva sorte, giocava a rimpiattino col destino, a mordere e a nutrirsi della vita come si fa con un gelato, che lo devi mangiare subito altrimenti fra un minuto si è già sciolto, e a te rimangono solo le mani sporche di gocce da leccare. Jons lavorava, allevava cani, gatti, piante e tutto ciò che gli desse l’idea di nuova vita; non si perdeva un concerto, ogni sera usciva con gli amici fino a notte fonda, appassionato di cinema, di motori, ma soprattutto innamorato delle persone, alle quali dava tutto ciò che riusciva a dare, così come di solito fa chi non ha più niente da perdere o da guadagnare. Circa 15 anni fa il ferro di Jons si impennò a dismisura. Già i medici consideravano un miracolo che fosse ancora vivo, perciò pensarono a una delle tante possibili complicazioni della Talassemia. Invece Jons aveva contratto l’Epatite C da una trasfusione. Chi è che aveva detto che la sfiga ha la mira di un cecchino? Quando si cercò di capire di chi fossero le responsabilità fu davvero curioso notare come lo Stato, l’ospedale militare, i medici e chiunque avesse manipolato quel sangue infetto che contagiò centinaia di politrasfusi, si rimbalzavano la palla a vicenda, lavandosi le mani di fronte a un danno irreparabile perpetrato ai danni di chi ha già un bel paiolo di cazzi suoi da risolvere. Ma Jons era speciale, lo sapete già, se ne fregò dell’epatite, del ferro che lo divorava, e andò avanti, lui e la sua tenace voglia di vivere, tenendosi per mano un po’ di dolore, quel tanto che basta per dare all’esistenza uno schiaffo di meraviglia. Jons è ancora vivo, nonostante tutto, adesso ha 47 anni: è il più vecchio del Centro Trafusionale dove si reca ogni settimana per nutrirsi di 2 sacche di sangue. È il più vecchio perché gli altri sono tutti morti prima di lui. È orribile dire che un uomo di appena 47 anni è vecchio. È ingiusto. Gli altri lo guardano e pensano si, che Jons è davvero speciale perché ha saputo guardare oltre il suo metro quadro ed è stato in grado di volare oltre, senza aver paura di cadere. Jons è arrivato fin qua solo per dire che il segreto della vita è che devi averne rispetto, e devi amarla, e devi voler vivere fortemente e lottarci per averne una briciola in più. E devi prenderla per il culo questa vita: devi sorriderle e darle una carezza mentre le stai rubando qualche minuto in più di emozioni da portarti dietro nel tuo viaggio. In fondo solo quando si perde tutto si riesce a gioire anche per il volo sgraziato di un palloncino sgonfio.

Jons è mio fratello, Pinchitta sono io. Con questo post volevo ringraziare tutti i donatori di sangue: sappiate che ogni volta che avete donato il sangue lo avete fatto anche per me, per la parte più importante e viva di me. Vi chiedo di continuare a farlo per tutti quelli che come Jons vivono appesi a quel palloncino rosso e sgonfio che aspetta di volare. Jons la settimana scorsa ha avuto una diagnosi di cirrosi epatica. Entrambi eravamo divisi da un telefono, io cercavo di dirgli che non è grave, e mentre glielo dicevo cercavo di convincere me stessa che no, non è grave, Jons ce la farà anche stavolta. Probabilmente mi sarei dovuta aspettare una resa da parte sua, una frase del tipo “Beh, ho vissuto 47 anni, i miei amici sono morti a vent’anni, me la sono goduta, mi sono bevuto di questa vita tutto quello che potevo bere, e finché ce n’è continuerò a berla”. Invece no, dall’altra parte del telefono sentivo palpabile la sua disperazione, come un rasoio che ti strazia ogni lembo di carne, quella frase che non avrei mai voluto sentire: “Non voglio morire sorella”. Ed io che non ho saputo far altro che mentirgli “Non morirai neanche stavolta, vedrai”. E ho sentito quei fili che mi hanno legato a lui quel giorno in ospedale, farsi improvvisamente fragili. E ho avuto paura. Ho solo la paura egoista di perdere la parte migliore di me, di smarrire quelle orme che ho seguito da quando ho visto quel palloncino rosso appeso alle sue vene. Perché lui è il mio maestro di vita: è solo grazie a lui che ho imparato a sorridere anche quando il mondo si sbriciola fra le tue mani e ti rimane solo l’odore acre del misero sterco umano. Ho paura della sua morte, di questo vecchio di 47 anni che ha ancora i poster di Mark Knopfler appesi in camera, che colleziona film in bianco e nero, che gioca coi suoi cani come un bambino, che vive del sangue altrui e che elemosina scampoli di vita ad un destino ingrato. Non farmi questo Jons, non devi andartene. In fondo voglio solo che in questo mondo di palloni gonfiati ci sia ancora posto per le traiettorie magiche e sgraziate di un palloncino sgonfio.

venerdì 12 dicembre 2014

I segreti di una non-twitstar

Ultimamente sono più le volte che mi chiedono "Ma come fai ad avere 30.000 follower?" piuttosto che "Me la dai?", a prova della netta inversione di tendenza del maschio italico. Rispondo sempre "Non lo so" perché è la verità. Non so perché ho 30.000 follower, ma so di non meritarli: non scrivo perle di saggezza perché so che andrebbero in pasto ai porci, non scrivo cose divertenti o interessanti e neanche posso dire di spenderci tanto tempo su Twitter. Posso però spiegare le varie tappe che mi hanno portato ad avere 30.000 followers, che non sono pochi per una che non è una soubrette, un'intellettuale o un'opinion leader (che non so neanche cosa vuol dire). Mi sono iscritta a Twitter tanti anni fa, avevo come pic la mia foto e il mio nick era il mio nome e cognome. Scrivevo di me, pensieri, viaggi, avventure e il mio lavoro, che all'epoca era fare l'educatrice per bambini disabili nelle scuole pubbliche. Avevo tanti follower anche allora ma Twitter era un'altra cosa: era un bar, si entrava in punta di piedi, si chiacchierava, si condivideva tanto e si sorrideva di noi stessi. Una brutta storia di vita e di stalker mi hanno portato a chiudere quell'account: per quanto allora Twitter fosse un bar di periferia, esistevano comunque gli stronzi convinti di poter prendere dal cesto qualsiasi cosa o persona. Chiusi l'account con un Tweet "3...2...1...GAME OVER" e cliccai il tasto per eliminarlo. Quel capitolo si chiuse con la consapevolezza che anche il gioco più innocente può essere devastante se lasciato in mano a degli squilibrati. Per tanto tempo non mi affacciai minimamente al mondo dei social network e ciò mi portò a scoprire che senza Twitter si vive lo stesso. Non è incredibile ragazzi? Si mangia lo stesso anche se non si pubblicano le foto, si ascolta musica anche se non condividiamo il link di YouTube e, cosa ancor più sorprendente, si ama e si fa l'amore lo stesso anche se non si scrivono poesie e prodezze virili in 140 caratteri. Il 26 aprile 2012 ero immersa in un turno di 24 ore in una comunità per disabili psichici e, complice la fatica, la difficoltà nello stare sveglia, ho creato un account con un uovo, guardai dentro Twitter e non trovai nessuno: il bar era chiuso, forse per turno. Non scrissi nulla. Finii quel turno alle 11 del mattino e andai sulla tomba di Gramsci per l'anniversario della sua morte, provai rabbia e disgusto nel vedere quell'urna del cimitero acattolico di Roma quasi in abbandono. Avrei voluto gridarlo al mondo intero ma essendo affetta da una brutta raucedine mi resi conto di non avere il timbro vocale giusto. Forse era meglio entrare in un bar di Testaccio, ma era una giornata uggiosa e i bar a Roma offrivano solo arancini, pizza bianca con mortazza e il rutto libero di 4 cassaintegrati. Così pensai che un bar virtuale come Twitter avrebbe potuto lenire la mia rabbia. Memore dei consigli anti stalker della polizia postale, tolsi anzitutto la geolocalizzazione, al posto dell'uovo del giorno prima scelsi una pic "anonima", che non avesse niente di me se non gli ideali: un Che Guevara donna, una pic presa dal sito sudamericano WhyNot che si occupa di diritti delle donne. Il nick Sfigatamente mi venne in mente in seguito a un dialogo con un mio amico filosofo "le persone che non pensano hanno il dono dell'incoscienza, e quindi della serenità. Tu, cara amica, sei essere pensante, ergo una sfigata mente destinata al tormento". Grazie caro amico, davvero grazie. Ma il profilo era stato creato. Entrai in punta di piedi come sempre...e trovai non più un bar ma un circo: saltimbanchi, umoristi, poeti, politici, star, attori, vallette, bimbiminkia, cialtroni, maiali famelici, professori, commentatori compulsivi di programmi televisivi, clown e pubblico vociante e pagante. Cercai quelli che avevo lasciato: la maggior parte di loro erano diventati "twitstar", blogger e personaggi che ogni giorno scrivevano monologhi nella propria pagina. Presi posto dietro le quinte e ho scritto come sono abituata a fare da sempre: dal 27 Aprile 2012 ho vomitato sulla mia TL me stessa e la mia vita. Coi miei followers ho condiviso vittorie e sconfitte, le emozioni più belle e i viaggi più divertenti, la solitudine e i miei limiti, le mie pirlate a salve e i miei acrostici irriverenti, le mie foto e la rabbia, la diplomazia e la malinconia, il mio lavoro e i turni al massacro, l'imbecillite e il mio vivere perennemente in uno squilibrio equilibrato. Questa sono io e questo ho messo sull'account di SfigataMente: una persona normale che vive la sua vita cercando di cogliere l'aspetto ludico e cazzaro in ogni passo, con le sue pause riflessive da persona 42enne sempre in bilico fra una risata fragorosa e una manciata di lacrime. Non so perchè mi seguono queste 30.000 persone, mi guardo intorno e vedo i mostri sacri del Twitter, che quando li leggo mi sento piccola come un seme di zucca (una zucca vuota nella fattispecie) buttata dentro un silos di angurie gigantesche. E lo so di non meritare queste 30.000 persone perchè non sono straordinaria ma semplicemente normale. Che ci sia bisogno di normalità in questo posto dove tutti mirano ad essere stra-ordinari?! Non mi segue nessun VIP, nessuno di quelli che contano su Twitter, non vinco nessun premio, non mi chiedono collaborazioni ma mi seguono solo persone normali che nella loro vita fanno il meglio che possono per sorridere. Peraltro vi garantisco che avere un gran numero di followers non porta alcun vantaggio nella vita reale: si lavora e si suda esattamente come quando se ne hanno 50 o 5.000 di followers.
Col tempo ho imparato alcune regole fondamentali per non essere ingoiata nelle sabbie mobili dei 140 caratteri:
  1. Non rispondere alle provocazioni dei pirla conclamati che popolano Twitter perché ciò provoca un aumento di popolarità dei pirla in questione.
  2. Non rompere i coglioni alla TL con 10.000 interazioni con la stessa persona: in questi casi trasferirsi su Whatsapp o ancor meglio, prendere il telefono e farsi una chiacchierata con l'interlocutore.
  3. Rispondere alle mention, nei limiti del possibile seppur in ritardo. Mia madre mi ha insegnato che quando una persona ti rivolge la parola è segno di buona educazione rispondere. Non vorrei mai tradire le aspettative della mia genitrice. Mi sento autorizzata a non rispondere quando la mention equivale a ":-)" / "Ahahahahah" / "Sei tu quella della pic?" / "Mi fai un retweet?" / "Sei bellissima, mi vuoi conoscere?" / ";-))))" / "Seguimi e ti seguo!"/ e via ad libitum.
  4. Non rispondere ai DM porci o di sconosciuti che chiedono "M o F?" o "Sei single o sposata?". Ho un cattivo rapporto coi DM: mi piace interagire senza segreti in TL e quando al mattino vedo 78 messaggi non letti mi viene la pellagra e penso che di notte è tanto bello dormire e sognare invece di scrivere minchiate in DM.
  5. Condividere e interagire. Probabilmente sono l'ultima delle romatiche, ma adoro condividere emozioni, parole, risate e coriandoli di vita. E per condividere si deve interagire: quando pubblico un pensiero, una foto o una pirlata, chi mi legge commenta. Se io lasciassi quelle persone senza risposta si tratterebbe di un monologo e di negazione del confronto, come salire su un palcoscenico e avere davanti una platea vuota.
  6. Follow back o non follow back? Io trovo tutti molto più interessanti di me. Qualche milionata di profili mi piacciono parecchio, ma c'è un limite di following quando si supera una certa soglia: Twitter impone che in questi casi il numero di following non superi i followers. La condivisione per essere tale deve essere reciproca, perciò ho scelto di seguire le persone che mi seguono. Ma non seguo tutti: non seguo le "uova" (santi numi, se vi iscrivete a un social network sprecate 2 minuti per metterci una pic, su!), non seguo profili porno, aziende, siti web, agenti di marketing, professionisti in cerca di pubblicità e simili. Non seguo profili che non interagiscono, quelli senza tweet, quelli che gli ultimi 100 tweet sono "Ciao!...Ciao!...Ciao!...Buongiorno!...Buonasera!...Buonanotte!".
  7. Defolloware o non defolloware? Un defollow fa male quando si tratta di persone con le quali hai interagito un sacco di volte, che ti sembrava di conoscerle, di averci condiviso uno scampolo di strada. Poi ti arriva il defollow ed è evidente che quella persona non vuole più condividere niente con te o che improvvisamente le stai diametralmente sulle gonadi. Ed è con un po' di malinconia che premo il tasto "smetti di seguire" attuando un defollow back senza parole. A volte invece premo quel tasto con grande animo cazzaro, come se Twitter fosse una macchina infernale dove ci si incontra e ci si lascia senza stringersi la mano: Twitter è lo specchio della vita.
  8. Andare oltre la pic. Non ho mai rifiutato di incontrare i miei followers quando questi davano dimostrazione di avere un certo equilibrio mentale. Poco importa se poi alcuni pubblicavano la foto dei loro addominali stile tavoletta di cioccolato e poi quando li ho incontrati quella tavoletta di cioccolato si è rivelata un bignè, sempre di cioccolato ma pur sempre un bignè. Ma io non bado a queste cose, peraltro ho incontrato soprattutto donne e non ho mai assunto posizione sdraiata con un twittero, ma ho avuto l'onore di conoscere persone straordinarie e le considero dei frammenti del mio specchio rotto. E poi è bello essere pelle e voce dopo essere stati pic e parole.
  9. Essere me stessa. Non riesco ad interpretare un personaggio, non sono una brava attrice, perciò i miei tweet sono il mio diario virtuale, le mie parole rispecchiano lo stato d'animo di quel momento, non ho bozze da salvare perché non riesco a salvare neanche me stessa. Provo molta invidia per quelli che pubblicano solo battute umoristiche, i poeti del Twitter, i maniaci del selfie, i tritura palle perenni, e tutti quelli che hanno un profilo monotematico. Provo sincera invidia per la loro stabilità e costanza: io, ahimè, cambio ogni 38 secondi umore e desideri.
  10. Twitter è un gioco. Giocare è bellissimo ma bisogna giocare con moderazione, seguire le regole del gioco e non fare del gioco la propria ragione di vita.
Questo è il mio Twitter, il mio modo di intenderlo e, giusto o sbagliato che sia, è il mio. Il grafico della mia vita segue fedelmente quello di Sfigatamente, e così ultimamente i miei followers chiedono "Cosa ti è successo? Perché twitti così poco? Stai perdendo smalto...". È vero: mi limito ad uno o due tweet al giorno e a volte neanche quelli, e vivo di rendita. Ho sempre parlato del mio lavoro e i più attenti avranno notato che non ne parlo più. Per quanto sia stata tacciata di buonismo, io amo parlare del mio lavoro, quello di un'educatrice che lavora con disabili, disagio e tutti i rifiuti che la società produce. È un lavoro che mi fa star bene e cerco di far sembrare quel mondo meno distante e più vero dall'immaginario collettivo. Ma non ne parlo più. Ora lavoro in una struttura per disabili psichiatrici, ed è patologia, ed io ho grande rispetto per la malattia, molto rispetto. Non c'è più nulla di divertente nel mio lavoro, ma sono previsti degli educatori in quel reparto anche se il ruolo è diverso. E combatti disarmata con una patologia senza possibilità di miglioramento, ed è aggressività, auto ed eterolesionismo, terapia continua, è coprofagia, mutismo e sordità, vomito e impotenza, ed è lottare contro un cancro che divora il cervello e non si ferma di fronte alle tue parole ma neanche con le pillole del neuropsichiatra. Ed è sconfitta professionale, spesso piango e vorrei scappare. Cerco altro lavoro ma no, c'è crisi e non si trova. E resto impotente, con la consapevolezza che quando torno a casa ho solo bisogno di silenzio. Per questo ho smesso di twittare come un tempo: questo lavoro mi assorbe come una spugna gigantesca che divora un minuscolo bicchiere d'acqua. Ma sto risorgendo, piano, lentamente, com'è mio costume. E voglio dire GRAZIE a queste 30.000 pic che ancora mi seguono, per essere ancora qua e per stringermi ancora la mano. In fondo zia Sfiggy ce la fa anche stavolta, e anche stavolta deve ringraziare un sacco di anime belle...oggi comincio ad abbracciarne oltre 30.000.

mercoledì 12 marzo 2014

Elogio sentimentale della lentezza.

Apprezza la lentezza, viviti lo stallo del nostro fiume in piena, e cerca di perdere questa tua voglia di scappare: non hai niente da aver paura, sono sempre io, senza pelle e disarmata. E abbracciami forte, vivimi in quel nostro stringerci, che ogni volta sa di lacrime effimere che si trasformano in piacere che esplode senza pudore. E non sputarmi in faccia le tue verità che sanno di ergastolo sentenziale, il tuo poco amore da dare, le tue scarne parole da dire: so già tutto, perché conosco ogni piega del tuo dolore e del tuo piacere. Abbiamo attraversato deserti e orizzonti che ci sembravano infiniti, abbiamo vissuto la fatica e anche la gioia di arrivare alla meta...e tutte queste sterpaglie che incontriamo sono solo rami da raccogliere e dei quali farne un fuoco in una qualsiasi notte di marzo. E non vedere tutto pieno di ostacoli: sono rami, sono qualcosa che puoi schivare, sono carichi pesanti da prendere in braccio e cullare. E vaffanculo questo tuo eterno voler stare per forza bene, questo tuo ostinato voler bere per forza solo il nettare dolce e frizzante della vita: l'esistenza non è solo spumante da sorseggiare in allegria, è anche fiele e veleno, e devi ingoiarlo tutto affinché si possa assaporare anche la fragilità del destino. E lo so che non tolleri le mie lacrime, perché non ti appartengono e ti innervosiscono, quasi ti sentissi in dovere di dovermi consolare. Invece dovresti tacere e nutrirti anche di quei miei momenti, dove il destino mi esplode in faccia tutta la sua caducità, ed io mi sento friabile come un pezzo di tufo scagliato sul cemento armato. Prendi tutto di me, il mio bene e il mio male. Io da te prendo ciò che riesci a darmi: il paradiso di un abbraccio in aeroporto, l'inferno di un marciapiede vuoto visto da un treno che parte. Ma non metto in pratica il mio diploma da ragioniera, non misuro i sentimenti perché in amore ciascuno mette sul piatto ciò che ha da dare, e da quel vassoio si deve mangiare in due, senza badare a chi appartiene quel cibo: quando è poggiato su quel piatto quel cibo è di entrambi e ci si deve sfamare. Prendo il tuo elastico, questo filo che ogni volta tiri fino a spezzarmi l'anima, ti allontani e mi spingi nel collo di una bottiglia rotta dalla quale non riesco a uscirne. E poi torni, lasci andare quell'elastico, ne hai bisogno, e torni vicino quasi a schiantarti sul mio corpo, fino a unirti a me in un'ora che è stasi ed estasi nello stesso lunghissimo minuto. E allora fermati un attimo in più su questo letto, e togliti quei vestiti di dosso, ché la bellezza è nuda e spoglia, non ha bisogno di fondotinta e mascara. Fermati e goditi la lentezza di una notte qualsiasi, avrai poi tempo di soffocare la lontananza, nascondendo tutta la polvere sotto il tuo tappetto buono, che sa di profumo e sudore. Ma godi di questi attimi che il destino ti sta regalando, perché sono il tuo più bel regalo, sono quella che non avresti mai incontrato e sono quella che non vorresti mai perdere. E ogni volta te ne vai tenendo sotto braccio le mie labbra e il mio sesso, la mia amicizia e la mia complicità, e a me rimane la sensazione superba di essere viva, del tuo odore che non va via con la doccia e col bagno schiuma di Tesori d'Oriente, rimani sotto cute, come delle schegge di bellezza che quando le sfioro mi fanno sentire Donna. E mi piace non chiederti nulla, mi piace lasciare al destino la sorpresa di averti e di viverti, di concedermi scampoli di tempo dove mi specchio nel tuo sorriso disarmante. Vivi tutto con lentezza tesoro, fai scivolare il tempo come una goccia di sapone su un vetro, che si incolla e lascia dietro se la schiuma di un sentiero distorto ma indelebile. E non parlare, devi tacere e farmi tacere: le parole non servono quando puoi sigillare tutto col nodo scorsoio di un abbraccio, che ha bisogno di silenzio e pelle, senza frastuono. E non ti porterà a nulla buttare i tuoi pensieri al domani, a quella tua ostinata insoddisfazione del presente e sbirciare sempre a quello che c'è oltre. Perché oltre c'è la vita, e va vissuta con la flemma del ragno, trama dopo trama, senza essere precipitosi, perché quella tela si sbriciola se ci passi sopra col tuo carro armato impulsivo. E guardala in faccia questa vita: è l'unica bellezza che rimane, perché sa sorprenderti ogni giorno, anche con uno schiaffo che ti squarcia, ma è la vita e bisogna renderla straordinaria...che importa se tutto dura come un lancio di coriandoli? Fermati a godere di quella pioggia colorata che ti precipita sul viso, seguine la traiettoria di quella carta variopinta che ondeggia in una danza sinuosa e disarticolata, chiudi gli occhi e pesca dalla tasca un'altra manciata di coriandoli: hai sempre un altro lancio da fare, sarà più bello perché non sarà l'ultimo. E mi piace vederti arrivare, col tuo autunno claudicante dentro, che ti ostini a voler mascherare di primavera, poggiare le tue labbra sulla mia vita, appendere la tua biancheria al vento di questa stanza, buttare le parole e le risate nel ripostiglio buono del risveglio. Poi guardare i giorni e i minuti scivolare via dalla clessidra dell'esistenza che inesorabilmente ti porta via, in una distanza che sa di sale e telefonate, di rancido e “Ti amo” su whatsapp, di bile e videochiamate...e tutto si spegne in una lontananza palpabile, che mortifica il desiderio di appartenenza, divora e svilisce la condivisione di una reale quotidianità. Perciò prenditi la giusta lentezza la prossima volta che tornerai da me, sistema bene nell'armadio quel foulard che ti strangola, non metterlo già in valigia perché sai che dovrai ripartire, abbracciami piano, come se avessimo tutta l'esistenza ancora da vivere, senza fretta baciami e facciamo l'amore, godi della lentezza di una giornata spesa sotto le lenzuola o di una passeggiata fra le bancarelle di un mercato anonimo, di una colazione bruciata o di un panorama da abbracciare con un grandangolo. L'amore è una pianta che cresce piano, deve avere il suo tempo per attecchire, dai il tempo alle radici di essere forti, coltivalo tutti i giorni senza avere la fretta di coglierne i fiori, perché quelli verranno dopo che avremo perso tutte le foglie e scopriremo di non voler perderci mai. Goditi la lentezza di una giornata al mare, perché domani non ci sarò più, e non potrai più darmi quell'abbraccio che hai negato. Perché domani sarò io ad andare via e non avrò più lacrime mentre chiudo la porta dietro te e torno a raggomitolarmi nel letto come un gatto. Ti lascerò l'illusione che sono forte e che non voglio più viverti, con quel mio sorriso da paralisi sulle labbra. Chiuderò la porta a chiave, lentamente, con la consapevolezza che in quel lunghissimo minuto avrò perduto tutta la mia bellezza, perché come sempre, te la darò e lascerò che tu la porti via, per farti compagnia mentre vivi la tua vita di straordinaria semplicità. E ti sembrerà tutto molto crudo e violento, invece sarà solo l'ultimo, disperato e ostinato gesto d'amore, perché nel perderti mi regalerò un vuoto che non vorrò più riempire, che non lascerà spazio per nient'altro. A volte perdersi vuol dire regalarsi la certezza di appartenersi per sempre. E il mio unico sorriso sarà quello di averti liberato dalla morsa di questo mio ostinato amore. Certi amori vanno vissuti con la lentezza dei sogni, e solo lì ci potremo ritrovare. Con lentezza. Perché io non ho fretta di amare e di vivere. La lentezza è saper bere un calice di destino a piccoli sorsi, affinché possa non finire mai.

lunedì 27 gennaio 2014

Rivoglio le mie bolle di sapone.

Il mio primo utente si chiamava Luciano. O meglio, la madre di Luciano: una signora di 70 anni, entrò nel mio ufficio e disse "Ho un figlio di 32 anni, è il mio unico figlio, l'ho avuto tardi. Ha un cancro, deve andare a 60 km da qua a fare la chemio, ma non ho la macchina, non guido, mio marito è infermo, a letto da 3 anni. Mi può aiutare?". Erano passati 4 giorni da quando avevo passato la selezione per presiedere l'ufficio servizi sociali di un qualsiasi comune sperduto della Sardegna, il direttore generale del Comune mi aveva scelto perché avevo il voto più alto e delle idee brillanti e pratiche per risolvere i problemi, e perché "si vede che lei è onesta e ha voglia di lavorare". In quel momento, davanti a quella donna era sparito tutto l'entusiasmo di quella selezione e mi sentivo disarmata, esattamente come lei, che a 70 anni veniva a chiedere a una ragazza di 27 al suo primo impiego, di salvare quel figlio dal suo destino. E lei era nuda, aveva perso il pudore con quella richiesta. E io ero senza pelle e quella richiesta aprì uno squarcio sul mio corpo che non sarebbe più guarito. La rassicurai e appena lasciò il mio ufficio tirai giù tutti i faldoni delle Determinazioni, delle Delibere di Giunta e di Consiglio, i bilanci e i piani annuali. Spulciai tutto e il giorno dopo andai da quel direttore generale e segretario comunale che mi aveva assunto per far mettere la sua firma su una Determinazione, la numero 28 esattamente, dove si stipulava una convenzione con un ditta di noleggio con conducente per portare Luciano 3 volte la settimana a fare la chemio. Costo interamente coperto dai soldi in bilancio dei servizi sociali
-Come hai fatto a tirare fuori questi soldi?
-Ho limato delle spese
-Quali?
-Cose inutili: la proiezione di un film nella Festa dell'estate, il concerto di uno stupido cantante dopo il torneo di calcetto
-Sei in una giunta di destra e tu sei l'unica comunista: quelle cose servono al sindaco per guadagnare voti alle prossime elezioni
-Mi mandi il sindaco nel mio ufficio, voglio che sia lui a dirmi che è più importante un film piuttosto che la vita di un ragazzo di 30 anni che crepa. Le dica che lo aspetto entro oggi, perché domani ho delle risposte da dare a quella madre.
Il sindaco non venne, l'indomani mattina trovai sulla mia scrivania la determinazione numero 28 timbrata, firmata e messa agli atti.
Luciano morì due mesi dopo, lo lasciai la sera attaccato alla bombola d'ossigeno nel suo letto di casa. Gli dissi "ci vediamo domani" e lui scosse la testa facendo un No deciso. Prese la lavagnetta e scrisse "Grazie di tutto". La mattina dopo trovai un post it dell'amministratrice sulla scrivania "Luciano è morto. Hai la libertà di chiudere l'ufficio e di andare dalla madre". Chiusi l'ufficio ma non andai dalla madre. Rimasi in silenzio a guardare le pareti e a pensare che avrei voluto un primo utente diverso, avrei voluto vincere la battaglia del primo utente perché mi avrebbe dato la carica. Ma era capitato Luciano, ed era un figlio, mio figlio, il figlio di tutti, lo presi per mano e lo portai dentro per sempre, perché da lui ho imparato il valore della sconfitta.
Eppure ero arrivata a quel lavoro dopo un tirocinio formativo che mi aveva temprato: una comunità per minori, figli di nessuno, pieni di ferite e sporco, che il giudice affidava alla comunità di recupero fino alla maggiore età. Il posto degli ultimi che ti fa capire quanto la società partorisca mostri contro i quali non puoi lottare sperando di vincere. Rimasi in quell'ufficio per 2 anni, il tempo per rivoluzionare il piano degli interventi per i futuri 10 anni. Creai una ludoteca da uno stabile in disuso, progetto immediatamente accolto dalla Regione e andai a lavorare nella ludoteca che avevo partorito, a raccogliere chiunque. E i limiti delle fasce d'età non facevano per me: non mi sono mai piaciute le gabbie. Comprai un biliardino coi soldi racimolati da una vendita per autofinanziamento e andai nelle strade a prendermi i ragazzi, quelli grandi.
-Che ci fate per strada? Perché non venite in ludoteca?
-È un posto per bambini!
-Ma c'è il biliardino, i bambini non giocano a biliardino
-...che facciamo?...c'è il biliardino!...ma ci vanno i piccoli...e vabbè ma almeno facciamo qualcosa...allora ci andiamo tutti o nessuno.
Non era più una ludoteca ma il punto d'incontro di tutti. I ragazzi si aprivano perché vivono in un mondo sordo e loro hanno bisogno di urlare. Abbiamo scalato montagne impervie insieme, hanno pianto davanti a me ed io ho sorriso e li ho abbracciati, piangendo poi quando entravo da sola in macchina per rientrare a casa. Da allora ho girato gli angoli più bui del "disagio", passando dalle scuole di obbligo formativo, quelle dove vanno gli ultimi degli ultimi, fino ai disabili delle scuole statali, passando per i centri diurni per anziani, stelle spezzate e figli di nessuno, includendo i ragazzi affidati ai servizi sociali in misura alternativa al carcere, entrando nelle case dei "disadattati" fra piscio e violenza, e nelle case famiglia dei "pazzi" e degli abbandonati. La media del mio stipendio in 15 anni di carriera è inclusa fra i 700/800 euro al mese. Sono venuta a Londra perché stanca di essere sfruttata. Qua ho trovato lavoro, non faccio turni di 24 ore ma di 8 e guadagno il doppio che in Italia. Ma non sono felice. A Londra i servizi sociali sono quanto di più spersonalizzante e istituzionalizzato ci possa essere: tutto è delegato ai benefits e alle strutture mastodontiche dove il disagio viene incasellato come barattoli di tomato soupe stipati in uno scaffale. Non esistono le ludoteche ad esempio, termine intraducibile e sconosciuto. E a me mancano i miei ragazzi, i miei bambini, i miei vecchietti. Sono stati loro la mia linfa e la mia sostanza: sono mossa verso il Dare e non verso il Ricevere. Mi appaga dar loro la forza e poi vederli camminare con le proprie gambe: la loro vittoria è la mia ragione di vita. Sono nata per fare quello ed io senza mi sento morta. Sei mesi di Londra mi hanno arricchito e svuotato contemporaneamente: Londra è un'esperienza di vita che consiglio a tutti. Ma questi sei mesi lontano dal mio lavoro mi hanno devastato, svuotato da ogni fantasia e soddisfazione personale. Ieri mi è arrivata la mail di Lorenzo "Ohi gigante, a Giugno mi laureo: sarò l'ingegnere più figo della Sardegna!! Se non stai vagabondando e sei in zona vieni a darmi un bacio accademico". Lorenzo era un ragazzo discalculico, non capiva i numeri, il 13 diventava 31 e gli era impossibile capire la matematica. Lo vidi un giorno mentre andavo in ludoteca, sporco e bello, aveva la pancia gonfia perché nascondeva una bottiglia di vodka sotto la maglietta dei Modena City Ramblers. Mi fermai e portai quel bambino di 13 anni con me.
-Cosa vuoi fare da grande?
-Costruire case, mi piace, farò il muratore come mio padre.
-Perché non il geometra o l'ingegnere? Così decidi come si devono costruire le case invece che costruirle come le vogliono gli altri.
-Non capisco i numeri. Mi confondono, mi viene la rabbia quando li vedo, si muovono e non li capisco.
Il mese successivo nel conto della ludoteca fu addebitato il costo di 500 scatole di fiammiferi da cucina. Il sindaco pensò che volessi dar fuoco alla ludoteca. Gli risposi "Mi servono per dare a questo paese un ingegnere straordinario". Il sindaco neanche provava più a remarmi contro. Con Lorenzo cominciammo a costruire case con i fiammiferi: tagliarli con le forbici, dividerli in mazzetti, in mattoni, architravi, blocchi, e le tegole erano lo zolfo rosso della capocchia. Li contava a voce, poi a mente, faceva le proporzioni, 512 mattoni per una parete, poi aggiungeva le altre pareti. La colla a caldo era il cemento, costruì case meravigliose che furono vendute in una vendita di beneficenza. Imparò così a non aver paura dei numeri. E un pezzettino impercettibile della laurea in ingegneria di Lorenzo, è anche mia. Ma lo sappiamo solo io e lui: è il nostro segreto. Il prossimo anno sarà la volta di Ermanno. Sociopatico, bulimico a soli 12 anni, ritardo grave diceva la diagnosi in mano alla sua insegnante di sostegno. Voleva fare il contadino, voleva coltivare semi e vederli trasformarsi in foglie verdi. Nel retro della ludoteca cominciammo a piantare la liquirizia, strappando al tufo pezzi di terra coltivabile. Facevamo innesti e talee, venne fuori un giardino prezioso che quando venne scoperto dal sindaco lo recintò affinché tutti potessero guardarlo. Si laurea il prossimo anno in scienze forestali. Qualche mese fa ho ricevuto una mail con la foto di Emiliano. Era con una bella ragazza bionda e un bambino grande quanto il suo avambraccio. Emiliano era figlio di un incesto, adottato dalla strada e dall'hashish, venne condannato per tentato omicidio a 16 anni. Venne affidato ai servizi sociali in misura alternativa al carcere. Lo portai con me a fare fotografie, gli affidai la mia Yashica FX3 Super2000, una reflex d'annata con pellicola Ilford al suo interno. Gliela affidai dicendo che era la cosa più preziosa che avevo. Andavamo in giro e lui la portava al collo come una collana di diamanti. Un giorno attraversando un fiume scivolò: preferì fratturarsi il polso pur di salvare la mia macchina fotografica. Adesso fa il fotografo nel Nord Italia, si è sposato e ha un figlio che si chiama Alessandro. Mi ha scritto "Ciao zia nanetta, questo è mio figlio Alessandro, è bello più di me, vero?? Mi somiglia soprattutto in una cosa, ma non la puoi vedere perché è nascosta dal pannolino!!! Ahahahah lo sai che sono sempre una testa matta!". Oggi mi ha chiamato la madre di Terminator, la mia stella spezzata. Sta bene, dopo varie crisi adesso sta bene. Chiede sempre di me e quando lo fa, la madre dice che sorride. Terminator è una bimba cresciuta, un'età mentale di 3 anni secondo la stima della psichiatra, racchiusa in corpo di una donna di 45 anni. Lei è la figlia che il destino mi ha negato, quella che ti sa guardare nell'anima senza bisogno di parole. E io lo so che ogni tanto lei ha bisogno di avere mie notizie, e non gliele nego mai: è il nostro patto suggellato in silenzio mentre mi stringeva le mani il giorno che me ne sono andata. Ma ho avuto anche tante sconfitte. Ho perso Rossella, gioviale, sorridente, solare, meravigliosa. L'ho persa in una pineta in riva al mare splendido della Sardegna, appesa ad un ramo con una corda qualsiasi. Ed io sono stata cieca, come tutti gli altri, non sono stata in grado di leggere dietro quella sua risata contagiosa il suo immenso dolore. Ho perso Giacomo, abbandonato dai genitori, cresciuto in una casa famiglia: ora è all'angolo di una grande città che chiede monetine per farsi una dose. Morirà di overdose. E io l'ho perso. Ho perso Laura, venduta dalla madre per una notte di sesso con una bestia. Aveva solo 10 anni. E non sono riuscita a farla risalire. L'ho persa nei meandri dannati del sesso, perché da allora per lei la vita è stata solo sesso, sporco e punitivo. E ora vende il suo sesso in una lurida strada qualsiasi dell'Italia. Ma Luciano mi ha scritto "Grazie di tutto". Perché era tutto quello che potevo fare, e a me basta averne salvato anche solo uno di quei coriandoli destinati al macero. Anche solo uno. Ma sono tanti e io li rivoglio. Rivoglio un Lorenzo al quale insegnare qualcosa, rivoglio una Rossella da salvare o da piangere nel silenzio di un centro diurno, rivoglio una Terminator da stringere mentre sorride. Rivoglio le mie stelle, che non conosco ancora, che non so dove sono, ma so che ci sono e che hanno bisogno di me come io di loro. Perché sono le mie bolle di sapone e bisogna soffiarci dentro con cautela, non troppo forte perché scoppiano, non troppo piano perché perdono consistenza. E bisogna proteggerle dal vento, che non soffi troppo forte, perché sono fragili e si rompono facilmente. E poi quando sono forti bisogna lasciarle volare, perché sono fatte per volteggiare nell'aria e dimostrare al mondo che si può danzare magicamente anche in maniera disarmonica. Che lavoro faccio? Mi occupo di bolle di sapone: è un lavoro bellissimo. Ed io non posso farne a meno. Per questo tornerò in Italia: a Londra le bolle di sapone sono quadrate e le tengono stipate in scatole che sanno di caserma e fogli da timbrare. Ma io ho imparato che non c'è nulla di più appagante che vedere una bolla colorata di arcobaleno allontanarsi verso il sole. Per questo tornerò. Presto.

venerdì 27 dicembre 2013

La mia favola. Di parole e di sorrisi.

C'era una volta una bambina la cui caratteristica principale era la risata. Il padre diceva che quando rientrava da lavoro sentiva dalla strada la sua risata esplosiva, e non si sarebbe sorpreso se avesse sfondato la porta. La madre testimonia che quella bambina da piccola non camminava ma trotterellava. Saltava sempre come dovrebbero fare tutti i bambini: solo a loro spetta l'innocenza e l'incoscienza della vita, e solo i bambini riescono a fare voli pindarici seguendo la traiettoria di un calabrone stanco. La madre era un'insegnate e portava sua figlia con se a scuola: le baby sitter a quell'epoca erano impegnate a cercare marito e a zappare una terra avara. Quella bambina veniva riposta in una sedia con un quaderno davanti e sapeva di dover stare composta altrimenti la mamma si sarebbe alterata e la sera non avrebbe potuto sfogliare i fumetti. A 3 anni quella bambina era l'amore delle bidelle della scuola, perchè la madre aveva capito che era una grandissima scassa gonadi: quella nanetta suggeriva ai bambini di prima elementare le paroline che iniziavano con la lettera S, P e anche con la D. Quindi spesso le bidelle la prendevano in affidamento per evitare che la mamma insegnante avesse un travaso di bile e la schiantasse contro l'ardesia della lavagna. Il che avrebbe reso la lavagna meno tetra, a dire il vero. A 4 anni la ridente bambina scartavetrava ancora di più le tube di Falloppio, e suggeriva ai bambini di terza elementare la capitale dell'Umbria e il risultato di 57+15. Così la mamma si rassegnò e l'anno successivo iscrisse questa figlia rompipalle nella sua scuola, in una pluriclasse dove insegnante e alunna erano rispettivamente mamma e figlia. La noia attanagliava la bambina che in anni di presenza a scuola con la madre aveva imparato tutto il primo ciclo di scuola elementare, perciò finiva la paginetta delle A o delle F in così poco tempo che la madre le dava i fumetti per poterli leggere mentre gli altri finivano i compiti. Quando la mamma-maestra insegnava le addizioni elargendo agli alunni una quantità inestimabile di ceci, la bambina-figlia mangiava i ceci crudi e faceva i calcoli a mente. I suoi compagni non la vedevano come “la figlia della maestra” ma come una piacevole bambina che all'occorrenza ti suggeriva il terzo passo de La cavalla storna o la data della circumnavigazione del globo terrestre da parte di Magellano. Per tutta la durata delle elementari per la bambina fu noia a secchiate: il suo banco era attaccato al muro, vicino alla cartina dell'Africa; in quinta elementare, all'atto di dare l'esame finale, la bambina si rese conto che dalla cartina erano scomparse Johannesburg, Bloemfontein, i monti Drakensberg e Njesuthi, e anche i fiumi Molopo e Limpopo: erano stati consumati dalla sua stessa testa che poggiava, dormiente, contro il muro quando per la duecentesima volta la mamma-maestra spiegava che un'ara equivale a 100 metri quadrati e che 100 millilitri corrispondono a un decilitro o a 10 centilitri. La noia imperversava nelle molecole di ossigeno di quella classe, e la bambina cadeva in catalessi sul lago Sudafricano di Sibhayi. Alle medie fu libertà e scoperta: la mamma non c'era, i professori ridevano alle battute della ragazzina impertinente e casinara, spesso neanche si prendeva le giuste punizioni, disarmava con una battuta al vetriolo seguita da una spruzzata di cipria in un soffio di cotone idrofilo. I professori dicevano alla madre “è brava”. La madre della peste rimaneva sbigottita e rispondeva “Non è possibile, a casa non tocca libro!”. E da lì fu un classico susseguirsi di “è brava ma se si applicasse di più sarebbe geniale”. Ma alla bambina non gliene fregava nulla di essere genio e saltare le medie a piè pari. Quella bambina mangiava la vita, la mordeva voracemente e correva nei fiumi a catturare girini, raccoglieva more e ne faceva mosto per le formiche, scagliava sassi contro un muro per vederli frantumarsi nell'orizzonte e immaginava fossero esplosioni di stelle. Si, non era una bambina normale, era evidente. Quando arrivò lo scoppio adolescenziale quella ragazzina ne fu colpita in maniera devastante. La sua parlata si interruppe e cominciò a balbettare. Balbettava talmente tanto che quando entrava in un bar e diceva “buongiorno”, prima che concludesse quel saluto, si era già fatta sera e faceva prima a dire “buonanotte”. I professori non la capivano e per lei si aprì un inferno. Le interrogazioni erano torture dove le parole che aveva dentro non uscivano, si fermavano fra l'esofago e la lingua, l'aria si fermava e dalla bocca non usciva nessun suono. Il mutismo, logorante e devastante di un corpo minuscolo che aveva dentro miliardi di parole inespresse. I pensieri si accavallano, si attorcigliavano su se stessi senza trovare forma e spazio nell'atmosfera surreale di una qualsiasi classe di scuola superiore. “Profe-fessore, po-potrebbe f-f-farmi f-fare un c-c-ompito scritto inv-vece che in-terr-rogar-rmi?” - “Assolutamente no, se lo faccio con te, dovrei farlo con tutti, e io non ho tempo di correggere i compiti scritti” - “G-gr-razie p-prof-fes-ssore”. Non venne bocciata perchè probabilmente qualche Santo in paradiso si ricordò che anche lui non andava tanto bene a scuola e quindi si intromise in sede di scrutinio e diede uno schiaffo a tutti i professori, che la rimandarono “solo” in 4 materie. La ragazzina vide in quell'esame il suo fallimento, la sua incapacità di comunicare col mondo, e si chiuse in un volontario mutismo elettivo di chi non riesce a dare suono ai pensieri. E cominciò a scrivere. Pagine infinite di diario, quaderni e pezzi di carta sparsi ovunque, nella sua camera, nei bus e in ogni luogo dove c'era lei esisteva anche l'appendice di un brandello di carta sporcato da sterili gocce d'inchiostro. La madre rimaneva impotente davanti a quella figlia discola e ribelle che rifiutava ogni aiuto. Spesso la figlia rientrava a casa e vedeva la madre piangere con la testa appoggiata al camino che bruciava legna e sogni; e invece di correre ad abbracciare quelle lacrime si chiudeva in camera e imbrattava di parole fogli infiniti di carta straccia, di un diario muto che non la giudicava e sul quale le parole erano rotonde, senza sbavature e uscivano fluide, senza incepparsi sulla punta della penna. Ma il mondo ha bisogno di suono, della melodia della voce che intreccia parole come in una sinfonia. Il mondo lascia le parole scritte a chi possiede ali troppo grandi ed è incapace di starnazzare ma solo di volare. L'angoscia, il perenne senso di inadeguatezza, la solitudine fra la folla, i brividi che le percorrevano l'anima quando doveva usare il suono della voce davanti agli sconosciuti, spinsero quella ragazza nel punto più profondo del precipizio. I tanti amici la vedevano scivolare in qualche nuvola di fumo e in altro di proibito, “genio del cazzo, prima o poi riuscirai a parlare come si deve, e se non dovesse succedere ti prendiamo anche così, con questa tua stronzaggine di negarti”. E cercare la fine dei battiti, sognare il buio, desiderarlo, provarlo sulla propria pelle, imprimerlo nella sua vita come un marchio che non sarebbe più andato via...e si ritrovò un giorno nuda, tremante, in posizione fetale, rannicchiata nell'angolo buio della sua stanza, circondata da fogli muti...si avvicinò allo specchio, si guardò e disse “S-s-sono uov-vo e diven-n-nterò up-pu-p-pa”. E ripetè quella frase guardandosi negli occhi finchè non riuscì a dirla bene “Sono uovo e diventerò upupa”. E mentre vomitava quella frase liscia piangeva ed era felice. Ogni giorno prendeva il dizionario, si metteva davanti allo specchio e pronunciava parole a caso, finchè non uscivano fluide, lisce “episte-mologia, epistemologia, esec-rabile, esecrabile, puer-pera, puerpera, alie-nabile, alienabile, pro-pe-deuti-co, propedeutico”. Cominciò a parlare con se stessa, più in là avrebbe parlato col mondo. Dopo il diploma striminzito prese qualche anno di pausa dove sfiorò i bordi della sua bolla di sapone...e trovò parole per tutti. Più tardi scelse una facoltà umanistica perchè decise che voleva aiutare gli altri. Uscì dal mutismo guardandosi negli occhi, polverizzò la balbuzie scrivendo e leggendo, diventò upupa, si laureò con 110 e lode e cominciò a lavorare nei servizi sociali negli angoli più bui dell'Italia. A 16 anni scrisse sulla porta del cesso della scuola “Ridere è una cura, sorridere è una guarigione”. Ebbe 3 giorni di sospensione con obbligo di frequenza. A 40 anni quella frase se la tatuò sul polso. Adesso è una donna di 41 anni con una logorrea incandescente che non conosce limiti, e nessuno direbbe mai che quella donna un tempo era muta e avara di parole per il mondo. In tutto questo non perse mai per un attimo la sua risata. E pian piano ha cominciato a sorridere, soprattutto di se stessa.

Quella bambina ero io, quella ragazzina ero io e quella donna sono io. Vi racconto questa mia favola affinchè ciascuno trasformi le sue debolezze in punti di forza, affinché da ogni sconfitta riusciate a trarne fuori il massimo vantaggio. Oggi parlo spedita come un treno in corsa, ma ho paura di cadere perché mi rendo conto che non so camminare bene. Una persona è monade e si basta, due persone sono coppia e solitudine camuffata, tre persone sono gruppo e dispersione, quattro o più persone sono folla della quale ancora ho paura. E ogni tanto quando sono fra la gente la mia lingua non emette suono e si inceppa, e un brivido mi corre sulla pelle e ho paura di tornare muta. Vivo di sfide e cerco l'impossibile, il limite di me stessa. In un albero di mele dolci e succose scelgo sempre quella acerba e secca che sta in cima, incapace di saziarmi, e mi piace arrampicarmi per andare a coglierla, incurante di una possibile caduta e della conseguente morte. Vivo di parole, mi piace cucirle insieme finché non diventano coriandoli di stoffa e scintille. Queste parole che sono la mia dannazione e il mio regalo più grande: scelgo sempre persone che non badano alle parole e si stancano di esse, e irrimediabilmente perdo chi amo, incapace come sono di stare zitta e accontentarmi del silenzio. Ma sono io: una minuscola goccia d'inchiostro su un foglio immenso di silenzio.

venerdì 15 novembre 2013

Voglio andare a vivere in Tanzania.

Una mattina mi svegliai e corsi in giardino a fumare una sigaretta. Già, perché a Londra è proibito fumare in quasi tutte le case. È proibito fumare anche nei parchi degli ospedali, sotto le pensiline del bus, nei cortili del college...si può fumare praticamente solo per strada. Vedi tutta questa gente che si butta in strada e smaniosa, accende la sigaretta come se la strada fosse il luogo ideale per farsi due tiri. Qua Anfora Nera per fumare il calumet della pace con Custer avrebbe dovuto schiodarsi dalla capanna e scendere fino a Cazzius Road per suggellare un armistizio fasullo con una sana pipata. Ergo, uscii in giardino e accesi la prima sigaretta della giornata. Il prato era cosparso di scatole di sardine vuote, di latte, di birra e altra spazzatura del coinquilino, che mangia sano quanto un detenuto ad Alcatraz. C'è da sapere che nel mio quartiere, chi possiede il giardino (nel retro della casa), ha sempre un contenitore per la spazzatura nel prato. Si, perché davanti a casa ci sono i bidoni per la differenziata ma la spazzatura si può mettere solo il giorno che passano a ritirarla. Ergo, non è che se io mangio una scatoletta di tonno me la devo tenere in casa finché non passano a ritirare le lattine, ovviamente la metto in giardino, manco a dirlo, altrimenti dentro casa ci sarebbe un lezzo paragonabile a quello della Cloaca Maxima. Così la facciata di casa resta pulita, mentre nel giardino dietro casa hai la spazzatura a quintali. Ma son problemi tuoi, te la tieni. Comunque la spazzatura era in giro per il prato, come se durante la notte avesse assunto sembianze umane e se ne fosse andata a spasso per il giardino. Non avevo neanche finito il pensiero che vedo passare davanti a me...una volpe. Nel mio giardino. Una volpe. Mentre fumavo. A Londra. Di mattina. Rimango con la sigaretta a mezz'aria come se avessi visto la regina madre in tanga che ballava la mazurka con Rocco Siffredi.
La volpe si ferma in mezzo al giardino e annusa una confezione vuota di ravioli in scatola. Ma siccome fanno schifo anche a lei, disgustata, si allontana. Poi si accorge di me. Alza lo sguardo e mi guarda. Io ero impietrita, il fumo nei polmoni non usciva  nonostante avessi la bocca spalancata come Glauco al Parco di Bomarzo. La volpe fece una faccia come per dire "caxxo ti guardi? Non hai mai visto una volpe, pirla che non sei altra?" Se avesse potuto mi avrebbe fatto persino una pernacchia, prima di girarsi e, comodamente, senza fretta, flemmatica, dirigersi verso la staccionata e saltarla a piè pari per andare indisturbata nel giardino del vicino che, come ben si sa, ha l'erba sempre più verde. Il mio vicino poi, essendo pakistano, ha l'erba più verde e più buona del quartiere, gliela invidiano in tanti e vengono persino a chiedergliela. Corsi alla staccionata per cercare la volpe e riuscii a vedere giusto la coda fluffotta e spumosa che spariva dentro un pertugio. Raccolsi i pensieri e le ciabatte zuppe di rugiada che avevo perso poco prima, e mi precipitai dentro casa alla velocità del neutrino, urlando "The foooooooox". Dentro c'era solo il coinquilino croato che, sornione, leggeva un quotidiano con la stessa aria interessata di chi contempla un flacone scaduto di Dash liquido. Sollevò lo sguardo e disse "O". Disse O senza acca, non quell'oohh bello, aspirato, pieno di sorpresa, ma O, semplicemente. Con lo stesso stupore che avrebbe avuto se gli avessi detto "Fuori piove". Identico. Allora insistetti "in The garden, there is a fox, the bin, the rubbish is in the ground, do you understand? Capisci? Volpe, fox, in giardino, tutto incasinato, understand?". Yes, disse yes. E basta. Odioso. Non mollai la preda e iniziai da capo ma mi bloccò, dicendo che le volpi a Londra sono comuni come in Italia gli spaghetti al pomodoro: in ogni casa c'è una volpe che passa una o più volte al giorno.
Mi raccontò una storia che ovviamente pensai di aver capito male vista la mia conoscenza dell'inglisc. Quando arrivò il coinquilino italiano gli riproposi la situazione, e lui mi confermò il tutto, compresa la storia che pensavo (speravo) di non aver capito bene. Pare che un giorno la coinquilina che occupava la mia stanza prima del mio arrivo, fosse uscita per qualche ora nel tardo pomeriggio, dimenticando la finestra aperta. Al suo rientro trovò sul suo letto una volpe che mangiava i resti di un piatto di carta che un tempo conteneva la sua cena. Quel letto adesso era il MIO letto, e in quel giaciglio una sera qualunque, una volpe aveva fatto orge bucoliche con dei sandwich al formaggio e bacon. Salii su, chiusi ermeticamente la finestra, smontai il letto e girai il materasso dall'altro lato, poi infilai il coprimaterasso e due paia di lenzuola, così da evitare che qualche traccia potesse toccarmi. Che poi magari sono docili, no? Si, sono timide dicono, sono shy. Dicono. Dopo qualche giorno presi un quotidiano e vidi una notizia allarmante: una bambina aveva trovato una volpe nella sua cameretta. L'articolo diceva che era stata fortunata perché tempo prima un bambino nella stessa situazione aveva avuto delle lesioni e qualche osso rotto in un incontro ravvicinato con la volpe. Ogni volta che uscivo in giardino ero guardinga come se fossi sotto il bersaglio di un cecchino. Uno di quei giorni uscii e trovai la spazzatura che tappezzava metà giardino. La volpe era stata lì. Mi voltai di scatto per vedere la finestra della mia camera...fffiiiuuuuu! Era chiusa! Raccolsi un barattolo di pomodoro Napolina e lo lancia dentro il cesto con la precisione di Michael Jordan dai 3 punti. Ma era mattina presto, avevo sonno a quintali, e il tiro uscì sbilenco come se a tirarlo fosse stato la cieca di Sorrento, e rimbalzò sul bordo. Al rumore dal cesto venne fuori, con un balzo degno di Andrew Howe, una bestia scura e pelosa. Io ruotai su me stessa e mi scaraventai dentro casa che neanche Bolt mi avrebbe potuto inseguire. Lanciai un urlo in Sol maggiore che tutto il vicinato avrà pensato che qualche sirena di allarme antiatomico si fosse incappata ad libitum.
Una volta dentro mi accorsi che la bestia era...un gatto. Un bellissimo gatto, che mi guardava come dire "ma perché non sei rimasta in Italia se volevi spaccare i timpani e le pelotas alla gente?". Uscii fuori, mi scusai col gatto e gli offrii una scatoletta di tonno. Accettò di buon grado e mi fece le fusa prima di fare la pipì sulla mia pantofola fucsia. Diventammo amici. Dopo due giorni la spazzatura era sparsa in maniera così armonica e spiritosa che quasi mi venne voglia di complimentarmi col gatto. O con la volpe. Neanche avevo messo il piede destro fuori dal gradino che vedo spuntare dal cesto una coda pelosa. Troppo pelosa per essere quella di un gatto. Quella cosa pelosa stava frugando fra le bottiglie di vino da mezza sterlina che comprano i miei coinquilini. Era la volpe, ne ero certa. Entrai dentro casa con un dietro front repentino che mi fece inciampare nello stipite e cadere di natica mollemente, ma con un tonfo autorevole, così come spetta a un deretano di un certo spessore. La bestia al rumore spuntò fuori e si precipitò verso il tronco dell'albero. Si fermò a metà e mi guardò: ero seduta per terra con un gran dolore all'osso sacro, la sigaretta spezzata in due fra le labbra, che cercavo, inutilmente, di rialzarmi. Era uno scoiattolo. Splendido. Mi guardava con aria pietosa, quasi volesse dire: ma tu a 41 anni ancora giochi a fare le capriole di culo? Non lo vedi che cadi, pirla?! Forse mi fece una pernacchia prima di scappare. Lo corteggiai per giorni con le noci. Le prendeva e scappava prima che riuscissi a toccarlo e a farle una foto. Dopo aver speso mezzo stipendio in noci e semini, un giorno mi fece la grazia di fermarsi a debita distanza, sgranocchiando una noce per farsi fare una foto. Ma uscì sfuocata, però ho la foto del mio amico peloso. Mi diede il contentino, lo squirrel infame. Diventammo amici. Un giorno lascio una scatoletta al gatto, il giorno dopo una noce per lo scoiattolo. Alla volpe niente.
Però ogni giorno raccolgo l'immondizia da ogni angolo, e non so chi sia stato dei 3 animaletti. Ho persino scoperto che è inutile mettere il coperchio sul cesto: dopo aver comprato 17 coperchi i coinquilini si sono arresi perchè, oltre a raccogliere l'immondizia, dovevano anche raccogliere i brandelli del coperchio fatto a pezzi dalla volpe. Ieri sera mentre deambulavo in direzione letto per assumere posizione marmotta, sento un peso sotto la pantofola. Pensai: non posso aver pestato una cacca dentro casa visto che il mio coinquipirla è fuori a cena, e poi non è così sottile come questa cosa che...cos'è??! Colla per topi??? Eeeeehhhhh?? In casa mia c'è un cartone con la colla per topi?? Perché?? Why?? Chiesi al coinquilino croato. Con l'entusiasmo e la partecipazione di chi toglie i pelucchi al Mocio, mi disse che era normale avere topi in casa visto che la casa era quasi tutta di legno, pavimento compreso. Ma che vor di'?!? Che dentro un seggiolone della Foppapedretti ci sono i topi perché è di legno?? No, i topi no, non ce la posso fare. Per la volpe ormai mi sono rassegnata a tenere la finestra chiusa in maniera imperitura. Il gatto e lo scoiattolo, vabbè, frantumano le gonadi, ché ogni giorno devi raccogliere monnezza anche dal filo per stendere, però siamo amici. Ma i topi non ce la posso fare.
Ieri ho sentito Gabriele, è in Tanzania per lavoro: consulenza aziendale import-export, 6 mesi di Africa. Ha riso per 3 ore dopo la storia dei topi. Mi ha detto: ma neanche qua in Africa ho i topi in casa, dove sei andata a vivere?!
A Londra o in qualche bidonville?! Ecco, tutto ciò mi ha fatto riflettere. E pensavo: la Tanzania...perché no? Why Not? Un posto dove non ci sono topi che circolano impunemente dentro casa...che posto civile! E il lavoro? Beh, potrei raddrizzare banane e lanciare un nuovo business: le banane dritte stanno meglio in frigo, rimangono più ordinate, sono più digeribili e si prestano a molteplici usi.
Amo la Tanzania.