giovedì 31 ottobre 2019
La resistenza di una pervinca mascherata da cactus
Mia madre è una romantica creatura convinta che le brutture della vita si possano sconfiggere con la Bellezza. Anche nei periodi più difficili della sua vita la ricordo impegnata nella sua opera di umana resistenza: china sul suo uncinetto a tessere trame colorate, infornare teglie di fragranti dolci o in giardino a curare i suoi fiori. Sono cresciuta con una mamma accudente e premurosa che riusciva a curarsi di noi ma anche delle cose che la circondavano. Il nostro giardino è sempre stato colmo di fiori: un insieme armonico di colori e differenze dove convivevano piante esotiche e ruspanti margherite, e noi bambini abbiamo sempre usato steli, germogli e ramoscelli per giocare, con conseguenti sculacciate pedagogiche di mamma, ché “le piante non si rompono! Ti piacerebbe se ti tagliassero un braccio, eh?!?!”. Il 28 ottobre ero in Sardegna, eravamo sole, io e lei; al pomeriggio ci sarebbe stata la funzione religiosa per la commemorazione dei due anni dalla scomparsa di mio fratello. Improvvisamente dice “devo mettere ordine nei fiori...mi aiuti?”; io l’ho guardata con sorpresa e apprensione: sono talmente rare le volte in cui quella donna stoica chiede aiuto che mi sono chiesta se davvero non fosse il caso di portarla al Pronto Soccorso d’urgenza. Quindi sono uscita con lei: con meticolosa razionalità mi disse che era necessario spostare delle piante da una parte all’altra della veranda “...perché arriva l’inverno e qua metterò la legna per il camino...”. Seguendo le sue indicazioni ho spostato enormi vasi da destra a sinistra finché il giardino non ha avuto il risultato che lei desiderava. Certo, ci sono stati dei momenti in cui mi sono sentita utile quanto un ventilatore nella Baia del Commonwealth, ad esempio quando mi ha chiesto di spostare la vecchia ruota di un carro a buoi, con funzione meramente ornamentale. L’ho sollevata e cercavo di spostarla con tutto il suo peso: mai avrei immaginato che una ruota di legno fosse così pesante ma soprattutto non sapevo che fosse ricoperta di ferro battuto. La trascinavo con la fronte imperlata di sudore, mia madre mi ha guardato sgomenta e ha esclamato “scusa ma...perché non la fai rotolare? È una ruota!”, mi sono fermata e sulla difensiva ho ribattuto “beh, non volevo sciuparla...”. Mia madre è di poche parole e ha concluso “è una ruota del carro di tuo trisnonno, credo risalga alla prima guerra mondiale...” e i sottotitoli di questa frase erano “figlia imbecille, quella ruota è sopravvissuta a due guerre, anche tuo padre è salito su quel carro, non credi che possa rotolare per altri 5 metri?!”. A lavoro ultimato lei si è messa a raccogliere foglie e terriccio, io ho dato uno sguardo intorno e mi sono resa conto che quel giardino era cambiato in maniera disarmante. Ho chiesto “mamma, dove sono finite le tue ortensie?”, ha risposto “sono morte”; “e le dalie?”, “morte anche quelle”. Nel giardino c’erano quasi esclusivamente piante grasse o semigrasse, quelle che hanno bisogno di poca acqua e poche cure, e in questo ho visto un segno della sua resa. Le ho fatto notare che le piante grasse sembrano noiose, non fioriscono e non sono colorate; mi ha risposto che no, le piante grasse erano semplicemente più autonome, che necessitavano di poche e semplici cose, ma non era vero che non fiorivano “si fanno solo attendere, a volte fioriscono una volta l’anno, altre solo una volta nella loro vita, ma quando lo fanno sono straordinarie, i loro fiori sono meravigliosi”. In quel giardino verde e spinoso in fondo non c’era la sua sconfitta ma il suo cambiamento. Mi ricordo che un giorno, durante la malattia di mio fratello, mi disse “vai a innaffiare la pervinca?...mi è sembrata sofferente”. Il mio primo pensiero è stato: come fa a pensare alla sofferenza di quella pianta quando dentro casa abbiamo quintali di sofferenza e dolore? me lo disse mentre frullava il cibo per mio fratello che doveva essere poi imboccato. Uscii fuori, presi la canna da giardino e...dov’è la pervinca? Com’è la pervinca? Sarà gialla, rossa o verde? Nel dubbio aprii l’acqua e bagnai tutte le piante, probabilmente generando la morte di qualcuna. Col tempo mia madre è cambiata e così anche il suo giardino: non ha più le forze per accudire le piante, tutta le sue attenzioni le ha esaurite su quel figlio al quale è sopravvissuta, perciò ha scelto delle piante che possano sopravvivere anche quando lei non ha cure da offrire. Lei non è morta però è cambiata e quel giardino è semplicemente il suo specchio: la vita l’ha portata a proteggersi, quelle spine sono una difesa ma anche una selezione, ché solo chi sa attendere la bellezza dei suoi colori può avvicinarsi a lei. Si è prosciugata in questi anni, ha dato tutto e ora si circonda di piante che necessitano di poco, quasi autonome, che riescono a vivere anche senza la sua presenza, ormai così scostante. Ho fatto il giro del perimetro della casa, come se volessi trovare ancora qualche traccia di colore, qualcosa che mi ricordasse quella donna orgogliosa di mostrare le sfumature dei garofani e delle rose. E l’ho trovata: una pervinca è cresciuta fra il cemento e un pilastro di granito, senza terra, senza acqua, spuntando fuori da un minuscolo pertugio, in mezzo alle avversità. Le ho chiesto “e questa?! com’è possibile??”, lei ha sorriso “quella per sopravvivere fa finta di essere un cactus!”. Perché la vita talvolta la devi ingannare, devi camuffare la tua fragilità per sopravvivere. A me però piace pensare che quel fiore colorato sia comunque il frutto di mia madre: ha seminato tanto e bene, e ora quel fiore le rende il suo tributo, sopravvivendo nonostante intorno sia tutto arido e spinoso. E poi chi l’ha detto che un cactus non possa avere i fiori della pervinca?
lunedì 30 settembre 2019
Dei viaggi che non finiscono mai
Un anno fa iniziai un viaggio: era settembre 2018 e mi
trovavo a Bologna. Probabilmente ero di fronte al Nettuno o dentro una camera
d'albergo di infima categoria, e sfogliavo la galleria delle mie foto: dal 2016
al 2018 avevo scattato circa 300 foto, e per chi come me vive bramando il suono
dell'otturatore e la magia del tocco sul pulsante di scatto, quel numero di
foto era davvero irrisorio.
Erano stati due anni drammatici e dolorosi: mia nonna
diceva che quando "su male" (il male) entra nella tua casa non c'è
più pace. In lingua sarda raramente il cancro viene chiamato col proprio nome:
se ne ha quasi pudore o paura, viene identificato con quell'articolo davanti
che ne determina la portata, l'entità e il suo essere imperioso su tutti gli
altri mali. Quando mio fratello ne venne colpito aveva un anno meno di me: 46,
e non giunse a compierne 50. In quegli anni imparammo tutti la nostra
fragilità, la caducità della nostra esistenza e l'ineluttabile epilogo di
fronte ad una lotta impari. La qualità della mia vita la misuro dalle immagini
che riesco a catturare, dalle parole che scrivo e dai chilometri che percorro nei miei
viaggi. In quei due anni le mie foto, senza luce e prive di emozioni, erano relative ai viaggi al Gemelli, alle strade caotiche di Roma e ai voli per la Sardegna; alle foto di Jons
che sorrideva, nonostante tutto, di fronte ad una nuova inutile scoperta, che
ci stringeva le mani e ringhiava con forza contro la sua sorte. Nei miei diari
quasi vuoti, le mie parole erano scarne e monotone, impotente di fronte a
qualcosa che inevitabilmente finiva. E dopo la fine, niente è stato più come
prima: tutto si è rotto, come un'opera d'arte che è stata deturpata e si è
frantumata proprio fra le mie mani. Bologna è stata la mia salvezza: con le sue
note vibranti nell'aria, il tumulto di giovani speranzosi seduti sotto i
portici a dileggiare il potere, con le scritte rivoluzionarie e l'odore di cibo
buono, Bologna mi ha dato uno schiaffo impalpabile e potente come la dinamite.
Ho spalancato le braccia e ho lasciato andar via quel dolore che mi tenevo
stretta come un feto privo di vita che lentamente stava corrodendo la mia
esistenza. Perché infine ci si aggrappa a quel dolore, ti tiene compagnia, come
se quella carne che ti hanno strappato ingiustamente fosse ancora lì, ed è
l'unica cosa che ti rimane, non vorresti separartene mai. Ricordo che quel giorno scattai
qualche bella foto e fu bello abbracciare delle persone: perché alla fine si risorge, è necessario, istintuale e doveroso. Da allora ho sfiorato
tanti orizzonti, ho volato tanto, perso e preso svariati treni e percorso molte
strade, ma sarei potuta rimanere fra le mura della mia casa che questo viaggio
avrebbe avuto lo stesso risultato, perché il viaggio più importante è stato
quello del mio cambiamento. Questo percorso è stato imprescindibile e se mi guardo
indietro ne colgo il senso pieno, straziante ma anche di meraviglia: l'odore delle medicine e della putrefazione che senti anche a distanza di anni, le immagini che all'improvviso ti passano davanti e ti riportano indietro alle notti di veglia, al letto madido e a quel corpo che ogni giorno si scarnificava fino a diventare un velo di pelle sopra uno scheletro invaso dalla malattia; ma anche la bontà delle persone, gli amici, i sorrisi, le carezze e quelle mani che ogni giorno mettevano un punto di sutura alla mia ferita, fino ad arrivare a cauterizzare quella lacerazione. È passato
un anno da quel giorno a Bologna e ho deciso di andare in Sardegna, dove tutto
è nato e tutto ha avuto termine, come se fosse il giusto epilogo di questo
viaggio che ha graffiato ma anche levigato la mia pelle.
E ho capito che questo viaggio non avrà una fine, che continuerò a sorprendermi di fronte al mare, a sorridere e abbracciare le persone che incontro e a portarmele dentro come una ricchezza, a piangere di fronte all'ingiustizia, a sperare guardando dei ragazzi suonare una chitarra e urlare nelle strade, ma soprattutto a meravigliarmi di fronte all'amore e alla Vita. Ché questa fottuta esistenza è davvero un bene prezioso, è una fortuna essere qua a sentire il vento fra i capelli, non sprechiamone neanche un goccio e beviamone dei grandi sorsi finché avremo quella sete sana e primitiva di un sogno vitale.
E grazie a tutte le mani che mi hanno stretto in questi anni: in cambio ho solo questo disarmante e forse stupido sorriso da regalarvi. E se ora guardo quell'enorme cicatrice, mi sforzo di vederci un bel ricamo che ogni tanto mi farà piangere ma infine sarà comunque bello accarezzarlo e sorridere.
Il vero viaggio è quello che non finisce mai: ho ancora qualcosa da dare, molto da dire e tante impronte da lasciare.
Erano stati due anni drammatici e dolorosi: mia nonna
diceva che quando "su male" (il male) entra nella tua casa non c'è
più pace. In lingua sarda raramente il cancro viene chiamato col proprio nome:
se ne ha quasi pudore o paura, viene identificato con quell'articolo davanti
che ne determina la portata, l'entità e il suo essere imperioso su tutti gli
altri mali. Quando mio fratello ne venne colpito aveva un anno meno di me: 46,
e non giunse a compierne 50. In quegli anni imparammo tutti la nostra
fragilità, la caducità della nostra esistenza e l'ineluttabile epilogo di
fronte ad una lotta impari. La qualità della mia vita la misuro dalle immagini
che riesco a catturare, dalle parole che scrivo e dai chilometri che percorro nei miei
viaggi. In quei due anni le mie foto, senza luce e prive di emozioni, erano relative ai viaggi al Gemelli, alle strade caotiche di Roma e ai voli per la Sardegna; alle foto di Jons
che sorrideva, nonostante tutto, di fronte ad una nuova inutile scoperta, che
ci stringeva le mani e ringhiava con forza contro la sua sorte. Nei miei diari
quasi vuoti, le mie parole erano scarne e monotone, impotente di fronte a
qualcosa che inevitabilmente finiva. E dopo la fine, niente è stato più come
prima: tutto si è rotto, come un'opera d'arte che è stata deturpata e si è
frantumata proprio fra le mie mani. Bologna è stata la mia salvezza: con le sue
note vibranti nell'aria, il tumulto di giovani speranzosi seduti sotto i
portici a dileggiare il potere, con le scritte rivoluzionarie e l'odore di cibo
buono, Bologna mi ha dato uno schiaffo impalpabile e potente come la dinamite.
Ho spalancato le braccia e ho lasciato andar via quel dolore che mi tenevo
stretta come un feto privo di vita che lentamente stava corrodendo la mia
esistenza. Perché infine ci si aggrappa a quel dolore, ti tiene compagnia, come
se quella carne che ti hanno strappato ingiustamente fosse ancora lì, ed è
l'unica cosa che ti rimane, non vorresti separartene mai. Ricordo che quel giorno scattai
qualche bella foto e fu bello abbracciare delle persone: perché alla fine si risorge, è necessario, istintuale e doveroso. Da allora ho sfiorato
tanti orizzonti, ho volato tanto, perso e preso svariati treni e percorso molte
strade, ma sarei potuta rimanere fra le mura della mia casa che questo viaggio
avrebbe avuto lo stesso risultato, perché il viaggio più importante è stato
quello del mio cambiamento. Questo percorso è stato imprescindibile e se mi guardo
indietro ne colgo il senso pieno, straziante ma anche di meraviglia: l'odore delle medicine e della putrefazione che senti anche a distanza di anni, le immagini che all'improvviso ti passano davanti e ti riportano indietro alle notti di veglia, al letto madido e a quel corpo che ogni giorno si scarnificava fino a diventare un velo di pelle sopra uno scheletro invaso dalla malattia; ma anche la bontà delle persone, gli amici, i sorrisi, le carezze e quelle mani che ogni giorno mettevano un punto di sutura alla mia ferita, fino ad arrivare a cauterizzare quella lacerazione. È passato
un anno da quel giorno a Bologna e ho deciso di andare in Sardegna, dove tutto
è nato e tutto ha avuto termine, come se fosse il giusto epilogo di questo
viaggio che ha graffiato ma anche levigato la mia pelle.
E ho capito che questo viaggio non avrà una fine, che continuerò a sorprendermi di fronte al mare, a sorridere e abbracciare le persone che incontro e a portarmele dentro come una ricchezza, a piangere di fronte all'ingiustizia, a sperare guardando dei ragazzi suonare una chitarra e urlare nelle strade, ma soprattutto a meravigliarmi di fronte all'amore e alla Vita. Ché questa fottuta esistenza è davvero un bene prezioso, è una fortuna essere qua a sentire il vento fra i capelli, non sprechiamone neanche un goccio e beviamone dei grandi sorsi finché avremo quella sete sana e primitiva di un sogno vitale.
E grazie a tutte le mani che mi hanno stretto in questi anni: in cambio ho solo questo disarmante e forse stupido sorriso da regalarvi. E se ora guardo quell'enorme cicatrice, mi sforzo di vederci un bel ricamo che ogni tanto mi farà piangere ma infine sarà comunque bello accarezzarlo e sorridere.
mercoledì 17 febbraio 2016
Rabbia civile in un paese incivile
Mai come oggi mi sono vergognata della politica italiana. Lo schifo andato in onda oggi al Senato sulle unioni civili mi fa salire un rigurgito acido che ucciderei un rinoceronte del Borneo con un sospiro. E i bigotti ad esultare, ché anche oggi hanno salvato la loro famiglia da Mulino Bianco piena di croissant e corna. Ma a VOI cosa tange delle unioni civili? Cosa vi toglie? Io non scendo in piazza a fare le barricate affinché i matrimoni debbano durare finché un Giuliano Ferrara non passa nella cruna di un ago, non voglio togliervi il vostro diritto da sepolcro imbiancato di unirvi felicemente in matrimonio e poi mettervi le corna, altrettanto allegramente, e poi divorziare, alla faccia del vostro Dio, e poi andare sulla Salaria a raccattare buona compagnia notturna. Non me ne fotte una beata fava della vostra famiglia, anche se vi ricordo che quando parlate di famiglia tradizionale non è contemplato il divorzio, a meno che non si tratti di liberare Rosita dall'obbligo di cagare uova per i vostri cornetti. A VOI non dovrebbe fregarvene una mazza delle coppie gay semplicemente perché non siete gay. A me non frega nulla del vostro matrimonio perciò non mi metto a sindacare sui vostri odori e polluzioni notturne. Semplicemente siete invidiosi, perché si può vivere felicemente anche senza il vostro moralismo dissennato, senza ipocrisia, dando ascolto ai propri sentimenti. Siete rosi dall'invidia di vedere gli altri felici, avete l'animo arso da una falsa morale che vi impedisce di gioire per il benessere altrui. Mi fate schifo, siete una massa di ipocriti, ché se davvero vi stesse a cuore la famiglia fareste ben altre cose e sareste in grado di concepire l'amore in senso universale e non relativo al vostro metro quadro distorto. Siete degli ignoranti con la patente master in perculaggine, e di questo ne sono certa: vi siete mai presi la briga di leggere il testo della legge in questione? Avete capito il senso della stepchild adoption? Ne avete compreso il significato? Dove cazzo avete letto di vendite di bambini, di utero in affitto e di altre boiate partorite dal primo demagogo populista che è passato sulla TV di stato? Cosa vi disturba? Vedere gli omosessuali felici e palesare la loro unione? Davvero vi tocca il destino dei bambini? Da quando? Davvero siete sicuri che un bambino ha bisogno di un padre e di una madre? Io vi butterei a calci nel culo dentro le comunità per minori dove ho lavorato per farvi vedere di cosa ha bisogno un bambino per crescere. Quei bambini io li darei in adozione a chiunque volesse amarli, a tutti, single, maschi, femmine, ibridi, perché un bambino per crescere ha bisogno di essere AMATO, e voi non li avete mai visti quei bambini, e neanche avete il coraggio di guardarli negli occhi perché vi sputerebbero in faccia il loro catarro ruvido contro il vostro buonismo fecale. Ma a VOI, cosa cambia se a me piace leccare un pisello o una patata? Indipendentemente che sono tutti ortaggi, ma credete che il mio orientamento sessuale incida sul mio essere una buona mamma? Io non ho figli, ma ho centinaia di ragazzi, tutti quei figli che sono il frutto inguardabile di questa schifosa società, perché per scelta mi occupo dei figli degli altri, e li amo, tutti, uno per uno, li adoro come fossero miei figli, e io vi auguro di voler bene ai vostri figli almeno la metà di quanto io ne voglio ai miei ragazzi: sarebbero ragazzi fortunati, perché se è facile e naturale amare i propri figli, non lo è altrettanto amare i figli sfigati degli altri. E sono una buona madre, indipendentemente dal fatto che mi piaccia il volatile o la Bernarda. Siete solo degli odiosi ignoranti che guardano le piume sul collo altrui e non vi curate delle travi adagiate mollemente nel vostro pertugio anale, politicanti che volteggiano spudoratamente, peggio delle bandiere del Vittoriano. Morirete con l'onta di aver negato dei diritti ai vostri simili, e no, non avete protetto né la famiglia tradizionale e neanche i bambini, semplicemente perché la famiglia tradizionale non esiste e non è mai esistita se non nelle vostre menti malate, e a quei bambini avete tolto la certezza di una famiglia che li ama. Morirete annegati nel vostro bigottismo, ma morirete vedendo persone comunque felici, anche senza il vostro benestare. Perché omosessuali e lesbiche continueranno ad amarsi, a dispetto delle vostre imposizioni e galere mentali.
Non potrete MAI impedire agli altri di essere felici e di amarsi liberamente. E no, io non sono lesbica. E non sono neanche eterosessuale. Semplicemente io AMO, e mi innamoro delle persone bianche, nere, viola, cazzute, patatone, froci, imbecilli o col calzino di spugna sotto i sandali. E no, io non mi vanto di avere amici gay perché io non ho amici gay. Io ho giusto qualche amico che si dichiara eterosessuale, il resto sono amici che amano chi gli pare e a me non mi frega di chi sono innamorati, con chi dividono il letto o il deretano. A me tange che i miei amici siano felici. Ma voi, VOI, siete solo degli invidiosi egoisti, convinti che il proprio modello sia quello giusto. Ve lo dico chiaramente: a me il vostro modello fa cagare a spruzzo, voi, le vostre corna, i vostri vincoli, la vostra puzza di stantio, le vostre scopate procreative e le vostre preghiere per lavare i vostri peccati inconfessabili in camera da letto. Che stolti! Ché tanto avete una vita sola, cercate di non sprecarla nell'odiare gli altri. Tanto morirete anche voi, perciò amate se vi riesce, innamoratevi di chiunque: sarà l'unica cosa che vi farà sorridere e gioire quando sarete a un passo da una cassa di legno contornata da cipressi. E trombate di più.
PS: per me niente cassa di legno con cipresso incluso, grazie. Non vorrei che la mia salma venisse esposta o trasportata da chiesa in chiesa come un fenomeno da baraccone. Preferirei una cremata e via, al cioccolato possibilmente: che almeno potrò servire a farcire qualche bignè.
PS: per me niente cassa di legno con cipresso incluso, grazie. Non vorrei che la mia salma venisse esposta o trasportata da chiesa in chiesa come un fenomeno da baraccone. Preferirei una cremata e via, al cioccolato possibilmente: che almeno potrò servire a farcire qualche bignè.
mercoledì 23 dicembre 2015
Rivoglio Babbo Natale ed essere un pipistrello.
Per me Babbo Natale
ha smesso di esistere quando a 6 anni gli scrissi la letterina
chiedendo Bugs Bunny, precisando che lo volevo non commestibile,
perché i conigli del cortile erano finiti, per uno strano fenomeno
di trasmigrazione, nel tegame di mia madre con olive e finocchietto
selvatico. La notte del 23 mi svegliai perché mi scappava la pipì,
mi alzai lentamente per non svegliare nessuno ma la luce della cucina
era accesa e mi fermai a origliare, curiosa come una faina. Pensai
che Babbo Natale fosse arrivato con un giorno di anticipo...che
bello! Invece sentii i miei genitori che parlavano “Ma cos'è Bugs
Bunny? -Dai, è un coniglio! -Dove lo trovo? Neanche so com'è fatto!
-Tu dici “Bagsbanni” e quelli del negozio sanno cos'è! -Costa
tanto? -Non so -Quanto abbiamo? Bastano per fare il regalo a tutti i
figli? -Sono questi. -Forse non bastano -Prendilo piccolo Bugs Bunny
-Piccolo? Sarà bello lo stesso?...”
Tornai a letto senza
fare la pipì, rischiando che la mia vescica esplodesse dando vita a
spruzzi variegati come la fontana del Tritone. Non dormii più:
quello stronzo di Babbo Natale non esisteva e io mi sentivo in colpa
per aver chiesto un regalo stupido che costava un sacrificio. Non
sapevo che i soldi fossero importanti, come in tutte le case di chi
lavora in campagna, non mancava mai nulla: carne, verdure fresche,
frutta, formaggio, salumi, pasta fatta in casa, dolci buoni e
fragranti. Io poi avevo tutto: fumetti nel comodino, libri sparsi in
ogni angolo e fuori dal portone c'erano alberi, animali, prati e
mare. Avevo tutto e a me piaceva correre e saltarci dentro in quel
tutto. Peraltro non giocavo mai con le bambole: le appendevo al muro
come un trofeo ma le trovavo vuote. Molto meglio i girini del fiume o
i pulcini pelosi. Allora perché avevo chiesto quel pupazzo? Il 25
trovai Bugs Bunny sotto l'albero, quello piccolo, dissi che era
bellissimo e mi venne da piangere “Cosa c'è? Non ti piace perché
è piccolo?”, “No no mamma, lo volevo proprio piccolo, piango
perché è bellissimo” e mi fiondai fuori dal portone con dietro
l'urlo di mia madre “Non uscireeeee! Sta piov...” troppo tardi,
ero già fuori in mezzo a una pioggia torrenziale che mi aspettavo
Noè con due piccoli serpenti e l'aquila reale dietro l'angolo.
Scappai da nonna, fu una fuga breve: abitava a fianco. “Ciao nonna,
buon Natale!”, “Figlia mia! Auguri, a cent'anni e mi raccomando:
studia!”. Studia, sempre studia: come se fino ad allora avessi
potuto fare altro se non studiare. Mia madre era maestra e mi portava
con lei a scuola da quando ero nata, ho visto prima la lavagna che il
biberon e a 4 anni sapevo leggere, scrivere e fare le operazioni.
“Cosa ti ha portato Babbo Natale?”, “Niente”, “Niente? Come
niente?? Sei sicura?”, “Babbo Natale non mi ha portato nulla, ma
mamma e papà mi hanno comprato Bugs Bunny”, “Ah.... Come cresci
in fretta figlia mia, Dio ti benedica!”. Sul tavolo enorme in un
angolo, c'era una tovaglietta con un pezzo di pane, del formaggio,
una mela e una scatolina di metallo: era la colazione di mio nonno
che ancora non era rientrato dalla campagna. Nonna era preoccupata,
era tardi, pioveva, doveva mangiare e fare l'insulina con la siringa
della scatola di metallo. Mio nonno per me era l'uomo del mistero
dalle mani screpolate. Era l'uomo della siringa che bolliva e delle
zollette di zucchero nella tasca. Quando mia madre aveva le riunioni
a scuola mi lasciava con nonna e andavo con lei al fiume a fare il
bucato con la lisciva o a innaffiare l'orto. Ma quando nonno era
particolarmente pallido e stanco, nonna mi chiedeva di andare con lui
in campagna e se cadeva per terra dovevo mettergli in bocca una delle
zollette di zucchero che teneva in tasca, racchiuse in un fazzoletto
a righe. Forse perché era molto goloso, sicuramente era così, e
doveva fare l'insulina nella siringa perché era troppo goloso. Ma
non ne ero certa ed era tutto misterioso per me. Alla fine arrivò,
entrò in casa portandosi dietro tutta la pioggia che aveva
incontrato, i pantaloni di fustagno incollati, il gilet di velluto
che perdeva acqua da ogni piega e le mani gocciolavano come un
rubinetto rotto. “Nonno buon Natale, corri a mangiare l'insulina”,
“Buon Natale...cosa ti ha portato Babbo Natale?”, “Babbo Natale
non esiste, lo sai bene” risposi accigliata. Lui rise “Si vede
che sei la più sveglia...il nostro pipistrello!” e mi scompigliò
i capelli lasciandomeli bagnati di pioggia e fatica. I miei nonni mi
chiamavano “pipistrello” e non era un dispregiativo. In sardo
“pipistrello” è femminile e si chiama “alipedde”, che
letteralmente significa “ali di pelle”. Mi chiamavano così
perché saltavo sempre, ho imparato prima a saltare che a camminare,
ero piccola e magra, capelli corvini e sembrava che tracciassi le
traiettorie scomposte del pipistrello nel mio volteggiare nelle
strade. Mi rendo conto che crescendo il mio appellativo potrebbe
essere sempre “pipistrello” ma per motivi meno poetici e più
nefandamente estetici. Dal momento in cui nonno e tutti i figli
maschi tornavano dalle campagne...allora era Festa! Con la F
maiuscola! Nonna e tutte le zie correvano come formiche per preparare
il pranzo, il camino ardeva di brace con graticole piene di carne, la
pentola grandissima che faceva borbottare un sugo delizioso, nonna
che impastava, il profumo dei dolci tradizionali e della torta. In
quella cucina/sala da pranzo/cantina/ludoteca gigante sarebbero
entrati tutti e 12 i figli con 36 nipoti, mogli, nuore, suocere,
amici, figliocci, padrini e madrine di tutta quella famiglia
esageratamente prolifica. Ovviamente a turno, perché per accoglierli
tutti sarebbe stato necessario un tendone da circo, e non solo per la
capienza ma anche per i personaggi stravaganti e originali che vi
stazionavano: c'era chi veniva a pranzo, chi nel pomeriggio e chi per
cena. Era una festa grandissima, io vedevo i miei 35 cugini, alcuni
avevano già dei figli e per me non erano ulteriori cugini. Per me
era un circo vero, giocavamo e ridevamo di tutto e di niente: tutti i
bambini del mondo dovrebbero fare solo questo, relegando le lacrime e
il dolore a un pacco da scartare in età adulta. Quel giorno il senso
di colpa del mio regalo non condizionò affatto il mio divertimento:
avevo deciso che non avrei più chiesto regali e che avrei scoperto
perché quei maledetti soldi erano così importanti, e magari darli a
mia madre per comprare cose importanti, non giochi, perché per
essere felici a noi non servivano le bambole. Io ero felice e il
Natale era carezze, abbracci, profumo di zucchero e lievito, voli di
pipistrello e guance rosse da baciare.
Da quel giorno ogni
Natale ebbe qualche nota stonata, mia nonna pregava ostinatamente che
Dio l'aiutasse ma qualche sedia cominciava a rimanere vuota, a
partire da quella di mio nonno, e poi qualche figlio ancora giovane,
e quei posti, vuoti per sempre, occupavano tutto lo spazio della casa
e non c'era più un perimetro disponibile per la festa. Io a 16 anni
cominciai la mia carriera di studentessa lavoratrice: studiavo perché
era l'unica cosa che sapevo fare, ma questo costava e io avevo capito
molto presto l'importanza dei soldi, e ogni Natale, Capodanno o festa
comandata, lavoravo in qualche ristorante. Era un buon modo per non
pensare a quelle sedie vuote e alle preghiere inascoltate.
Dopo la laurea ho
sempre lavorato come educatrice professionale negli angoli più
disparati del “disagio” (chiamano così tutto ciò che è
tragicamente distante dal Benessere). In ogni comunità, per minori o
adulti, in ogni scuola e in ogni struttura per disabili, ho sempre
provato un senso di incompletezza, di inutilità e di impotenza
durante il periodo natalizio. Organizzare un cenone di Natale per i
10 ragazzi della comunità con 80 € di budget, cercare di
nascondere l'assenza di una madre che non sarebbe venuta a prendere
il figlio, inventare un regalo da mettere sotto l'albero con zero
euro nel borsellino, tirare le somme di un bilancio striminzito e
scoprire che non ce la farai a dare un sussidio o un'assistenza
domiciliare. L'impotenza che si mescolava alla “magica” atmosfera
natalizia rendendo tutto acido e insapore. Mi rendevo conto che per
me il Natale era solo una vetrina dove potevo guardare le miserie del
mondo, e mentre quei ragazzi sognavano un cenone coi fiocchi “perché
è Natale, cazzo! A Natale dobbiamo essere felici, siiiii!”, io non
ho avuto il coraggio di dir loro che in cassa avevamo pochissimi
soldi, e ho odiato il Natale, il perché deve essere così
importante, perché non può essere una giornata normale. E con tutta
l'impotenza che riuscivo a contenere, mi son dannata l'anima pur di
dare a quel loro Natale tanto atteso una spolverata di glitter di
ultima categoria, che almeno sapesse di luce dorata e caldo.
Non sono di quelle
che odiano il Natale, sono sinceramente contenta quando vedo i
bambini felici, come lo ero io, perché il Natale dovrebbe essere la
festa di tutti i bambini, e devono essere felici, tutti. Ma io non
riesco più a godere di quella spensieratezza. Vedo sempre meno una
festa e sempre più un'ingiusta corsa allo spreco e all'ostentazione.
Penso sempre che facciamo regali costosi e inutili che ricicleremo al
prossimo compleanno, che dobbiamo ostentare allegria con persone che
non ci inculiamo per tutto l'anno, che dobbiamo mangiare benissimo
perché è Natale, che facciamo copia/incolla di un messaggio di
auguri da spedire a tutta la rubrica, tutti uguali e livellati.
Molti, troppi, odiano il pranzo di Natale in famiglia quanto una
cartella Equitalia, ed io sono felice per loro, perché evidentemente
non sanno quanto sia doloroso il vuoto di non averla più una
famiglia.
Oggi sono andata al
supermercato e davanti a me c'era un signore che arrivato alle casse
ha messo sul banco 3 candele arancione, ha chiesto alla cassiera se
avevano candele bianche e lunghe, le steariche, che costavano poco,
perché gli avevano staccato la luce. La cassiera ha detto no, non le
avevano, avevano solo quelle profumate. Lui cercava di spiegare che
quelle candele profumate gli sarebbero durate un paio d'ore, erano
troppo piccole. No, non ne abbiamo altre. Alla fine ha pagato ed è
andato via. Sono rimasta immobile col mio carrello di inutilità,
senza poter fare nulla. Sono uscita e nel parcheggio c'era un
gigantesco albero di Natale che scintillava di luci azzurre, le
strade piene di luminarie, tutto splendente e luminoso. L'uomo delle
candele non c'era più. E tutte quelle luci sembravano un pugno in
pieno viso per qualcuno che in casa aveva solo 3 candele alla pesca
per far luce. Non voglio fare l'ipocrita: l'iniqua distribuzione di
benessere e felicità è sempre esistita e sempre esisterà, non c'è
solo a Natale. Ma a Natale questa disparità diventa dolorosamente
più evidente, come se qualcuno passasse sopra alcune persone un velo
di vernice fosforescente e tu non puoi che girarti a guardare quella
riga maldestra di evidenziatore. Perché se un mercoledì di Ottobre
esci da lavoro e cammini per Roma o Milano li vedi tutti di corsa che
tornano a casa, chi incazzato, chi ansioso. E quello che ha 3 candele
come illuminazione domestica c'è anche quel giorno di Ottobre, ma tu
non lo vedi, perché anche tu hai i cazzi tuoi per la testa, il tram
che non passa, lo stipendio che non arriva, il lavoro che stai per
perdere, la casa da pulire e il telefono da ricaricare. Ma se esci il
mercoledì prima di Natale a Roma o a Milano, vedi la corsa ai
regali, fiumi di gente che passeggiano sotto le luci scintillanti, i
bambini felici (sono bellissimi!), le file nei negozi, le coppie che
scelgono i regali. È meraviglioso! Però quell'uomo delle 3 candele
è sempre lì, e lo noti di più perché è il contraltare della tua
busta stracolma di regali inutili che qualcuno non apprezzerà. E
possiamo fare ben poco affinché questa bilancia sbilanciata si
raddrizzi.
Quest'anno ho deciso
di non lavorare. Ho preso due mesi “sabbatici” per ricaricare le
batterie. Ho sempre avuto, e ho anche adesso, la possibilità di
passare un Natale meraviglioso, ma passerò un Natale normale, come
tutti quelli precedenti: mangerò bene perché mangio bene tutti i
giorni, non solo a Natale. Come sempre non farò regali perché da
sempre faccio regali quando lo sento e soprattutto, quando le mie
finanze me lo permettono, e a Natale non me lo hanno mai permesso.
Farò l'albero di Natale perché ci sono abituata, ai miei gatti
piacciono le lucine intermittenti, e poi è l'unico momento dell'anno
dove posso togliere quella scatola pesante da sopra lo scaffale e
spolverarci sotto. Come ogni anno chiamerò mia madre e la mia
famiglia, chiuderò il telefono e mi verrà da piangere pensando a
quanto sono lontani e a quanto la mia sedia vuota peserà quel
giorno. Io sono abituata ad avere 5 sedie vuote a casa, tutti i
giorni. Mi mancherà qualcuno che mi dice “Studia!” e che mi
chiama “alipedde”. Guarderò sempre a quanto spazio vuoto c'è
nella mia strada e non mi accorgerò di quello che ho riempito.
Perché sono una nostalgica del cazzo e perché ho sempre un fottuto
senso di colpa nei confronti di chi quel giorno non avrà neanche una
candela per illuminare la sua giornata. Come ogni anno il mio
compagno mi farà il regalo nonostante la promessa di non farcelo. Ma
lui me lo farà trovare sotto l'albero. Io gli farò il solito
pippone sullo “spreco consumistico natalizio, frutto di una società
squilibrata volta alla superflua soddisfazione di bisogni inesistenti
e...” lui mi dirà “vaffanculo!” e mi sbatterà sul divano e
giocheremo a hockey orizzontale, previo riscaldamento con curling
tonsillare. Sarà una lunga giornata di auguri e sorrisi. Sarà
l'occasione per guardare il cellulare, rispondere “Buon Natale
anche a te...ma scusa ho perso tutti i numeri in rubrica, chi sei?”.
Sarà il giorno in cui io e Setayesh ci scambieremo gli auguri di un
felice Natale, nonostante lei sia musulmana e io atea: è la magia
del Natale. E mi chiederò mille volte perché ho quel velo di
malinconia stretto nella gola come un foulard. Perché sono
un'imbecille integrale, fanculo, non riesco a godermi questo inutile
tutto, e farei come quel sindaco che passò nel mio ufficio dei
servizi sociali e disse “A la leàre in culu e a passare bonas
festas!” (i sardi capiranno!).
Ma io lo so, mi
volterò spesso a guardare dalla parte di quelli che qualcuno ha
imbrattato con la vernice fosforescente. E spero che cada la pioggia
a lavare quelle macchie. O che scenda la neve a coprire le nostre
miserie. Oppure che le lacrime possano lavare via il dolore.
E che sia un Buon
Natale, per Tutti.
mercoledì 18 novembre 2015
Siate rivoluzionari, non ignoranti.
Per me la TV è un parallelepipedo scomposto, un suppellettile da spolverare pigramente con lo Swiffer. Preferisco informarmi con la carta stampata o sui siti web. Perciò il 13 novembre alle 21 la TV era spenta, ero lontana da Parigi e leggevo “Grande seno Fianchi larghi” di Mo Yan. Andai a letto con l'immagine della Cina rurale invasa dai giapponesi nel distretto di Shandong, e col tredicenne Jantong che lottava col suo disturbo psico-somatico di svezzamento dal latte materno. La mattina successiva mi svegliai con la voglia di fare un viaggio in Oriente ma venni catapultata a Parigi. Aprii Twitter e mi resi conto che era successo qualcosa. A quel punto ho acceso la TV. Ogni tanto entravo sul Web per leggere ulteriori notizie e ovviamente c'era anche l'eco dei social network: polemiche sul tweet di Me Cojons, indignazione sul post di Stigran Cazzis. Come se il destino del mondo dipendesse dal tweet di qualcuno, dal lancio di qualche improbabile hashtag o dai Like racimolati. È mia consuetudine di fronte alle tragedie umane rimanere in silenzio: lo preferisco di gran lunga al chiassoso starnazzare di chi ostenta un dolore talvolta fuori luogo. È giusto esternare, ognuno lo fa come meglio crede, ma ostentare è davvero abominevole. Mi sono quindi limitata a scrivere la mia scelta silenziosa e ho chiuso le finestre del web fino a ieri, quando ho aperto Twitter e Facebook e mi sono resa conto della moltitudine di commenti, post e tweet carichi di una violenza barbara che avrebbe fatto impallidire anche Erode il Grande. Mi riferisco in particolar modo a Facebook dove i miei “amici” sono per il 70/80% persone che realmente conosco, con le quali ho degli scambi più o meno frequenti, alcuni li ho visti nascere e crescere, altri sono amici sparsi nel mondo e altri ancora sono follower di Twitter che come me, ogni tanto travasano su Facebook, e che ho avuto il piacere di conoscere di persona e instaurare con loro delle belle relazioni. La prima cosa che ho notato è stata una moltitudine di post stile “bombardiamo gli islamici/distruggiamo i musulmani/buttiamo fuori gli stranieri” e via sulla stessa falsariga, tutti scritti da ragazzi e ragazze che conosco e che abbraccio quando li incontro. Ma come ragazzi? Avete sbagliato la formulazione della frase, calma! Le parole sono importanti, magari avete letto il titolo di quel “quotidiano” e avete pensato che fosse giusto generalizzare e fare di tutta la merda una cloaca. A me spiacerebbe se bombardassimo TUTTI gli islamici perché ci andrebbe di mezzo Majida, la mia amica iraniana e il fratello che era in piazza a farsi massacrare quando Ahmadinejād attuava la sua politica repressiva contro gli studenti. Loro considerano l'Isis un gruppo di criminali che infangano il nome di Allah. E anche Setayesh e la sua famiglia afgana, che sono musulmani ma non portano il burqa, che quando vedono le foto dei terroristi dell'Isis si appartano e pregano Allah affinché li fulmini. O Kamal, il mio amico marocchino al quale l'Isis ha distrutto mezza famiglia in una di quelle stragi che non fanno notizia. Forse volevate scrivere “distruggiamo l'Isis” e vi è scappata la tastiera dalle mani. E io sono d'accordo, perché l'Isis è composta da terroristi fanatici che uccidono occidentali e musulmani senza nessuna distinzione, criminali che devono essere fermati e anche in fretta. E non ho alcuna soluzione per eliminare i terroristi, mi affido a chi ne sa più di me, a chi fa della diplomazia e delle relazioni internazionali il proprio lavoro. Mi limito ad ascoltare, consapevole che non è semplice trovare una soluzione indolore, e spero solo che agiscano in fretta. E mi sfugge l'utilità della genialata di buttar fuori gli stranieri, perché vorrebbe dire riprenderci gli italiani sparsi nel mondo, e mentre gli stranieri in Italia sono 3.929.916 (dati ISTAT) gli italiani all'estero sono 4.636.647 (dati AIRE – Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero), e magari riprenderci tutti gli italiani che nel corso della storia si sono stabiliti in altri paesi acquisendone la cittadinanza, e anche i loro figli oriundi, che secondo il Ministero degli Esteri nel 1995 erano 58,5 milioni (sito emigrati.it). A conti fatti questo scambio non gioverebbe alla nostra economia. E non pensiamo di riprenderci gli italiani all'estero “brava gente” e mandar via gli stranieri delinquenti. Basta con quest'idea che gli stranieri in Italia delinquono mentre gli italiani all'estero sono tutti bravi ragazzi che lavorano sodo: all'estero ci sono tanti italiani splendidi ma anche fancazzisti e dediti al malaffare esattamente comme in Italia. A Londra il fumo buono lo compri solo dagli “italian guys” a King's Cross St. Pancras. Il tatuaggio che ho nel polso l'ho fatto vicino a Tottenham Court Road, dove ho scoperto che gli “italian tattoo studios” hanno i prezzi più bassi di Londra perché i loro negozi non risultano da nessuna parte e fanno tutto in nero: riusciamo ad esportare l'arte dell'inchiostro insieme a quella dell'evasione fiscale. Potremo continuare con gli esempi, esattamente come potremo continuare con storie di italiani all'estero che invece danno lustro al nostro stivale con la loro tenacia e genialità. Come gli stranieri: ne abbiamo di buoni e cattivi, ovunque. Comprendo la rabbia del momento ma le parole in questi casi sono fondamentali, perché si rischia di fomentare odio che notoriamente porta solo a distruzione. “Andare a fare la guerra/invadere gli stati islamici” non è esattamente facile come prendere lo zainetto e fare trekking nel Sacro Monte di Varallo. Ma la maggior parte hanno la soluzione in tasca, infallibile, la ricetta per tutti i mali, sanno tutto di politica estera, di economia e finanza, e ovviamente anche di politica interna, religioni, fisica quantistica e minchiologia. E non vanno bene i comunistoni buonisti che schifo, e Renzi imbecille non capisce un cazzo, e Alfano burattino. e bombardiamo tutto il medio oriente, e gli americani assassini si devono fare i cazzi loro, e i musulmani vanno eliminati, e la Fallaci gran donna che ci vedeva lontano, e Putin è l'unico che fa le cose giuste, e tutti con Salvini che ha capito tutto, e mio nonno lo diceva che bisogna sterminarli tutti questi bastardi, e mia zia ha fatto le lasagne con le polpette minchia che buone oh. Tutto questo scritto da persone che io conosco personalmente. Ora ragazzi, le cose son due: o voi negli ultimi mesi/anni avete ingoiato intere biblioteche come contorno alle lasagne, oppure io in 43 anni ho letto solo Topolino. Va benissimo farsi un'idea della situazione globale del pianeta con tutte le trame sociologiche e storiche, ma tali idee vanno supportate da una conoscenza. E badate, non sto dicendo che per essere intelligenti bisogna essere colti, mangiando pane e Feuerbach a colazione, semplicemente bisogna quantomeno avere cognizione di causa quando si esprime un'idea, magari non facendola passare come l'assioma di Peano. Ho imparato più da mio nonno che da tutti i libri dell'università, anche se mio nonno firmava con la X. Ma mio nonno era umile e cercava di imparare ogni giorno una cosa nuova, mi invitava a dubitare e di studiare per risolvere i dubbi. Lui non aveva scelto di non saper leggere e scrivere, lui non POTEVA farlo, perché a 6 anni era su una montagna a sorvegliare capre, e quando c'era la guerra aveva 12 figli da campare. E si sentiva in debito col mondo per la sua ignoranza, ma cercava di imparare. Ma voi no, voi no cazzo, voi non avete giustificazione per la vostra florida e strabiliante ignoranza, voi no, voi avete tutti gli strumenti per istruirvi, per avere delle conoscenze almeno basilari, voi avete tutto ciò che vi serve per crescere e migliorare. Perciò la vostra ignoranza è una SCELTA. E non voglio giudicare le scelte altrui ma almeno siate consapevoli dei vostri limiti. E io vi conosco, vi stringo la mano al bar quando vi incontro e ho rispetto per voi, tanto, ma non potete fare i tuttologi su uno sterile social quando l'unica cosa che avete letto nell'ultimo mese è il bugiardino dei profilattici ritardanti. Profondi conoscitori di politica estera quando l'unico posto lontano che avete visitato è la caserma alla visita di leva, ed è indicativo come gli unici esperti di cultura straniera siano quelli che non sono mai usciti dall'Italia o al massimo hanno visitato i bordelli di Amsterdam o il puttanesimo della Thailandia. Avete una conoscenza religiosa che si limita al catechismo della terza elementare ma sapete tutto del Corano, della Bibbia, dei testi sacri dell'induismo e anche dei Vangeli. Probabilmente anche di Buddha, anche se dovete sapere che dal vivo non era così grasso, lo disegnavano così. L'Islam che tanto odiate e gli ebrei che vi stanno sulle palle, hanno un punto in comune: il patriarca Abramo, che però è anche il patriarca del Cristianesimo. Io sono atea, credo negli esseri umani, nella loro bontà e nella loro capacità di sbagliare e redimersi, ma voi, così, a spanne, mi sa che siete tutti figli dello stesso padre-patriarca. Tenetelo a mente quando insultate il Dio degli ebrei: magari il vostro Dio cristiano non sarebbe tanto d'accordo. E non voglio sembrare quella che sfoggia il proprio misero sapere: sono quella che legge, a volte bulimicamente, dai 5 ai 7 libri al mese e mi sento sempre all'ultimo banco, quella che ne sa un paragrafo in meno di mio nonno, ma voi parlate con la sicumera di chi conosce un capitolo in più del libro...che non avete mai letto. Ne sapete di più di quegli “sfigati” che si sono consumati gli occhi studiando economia, finanza, politica estera, sociologia e relazioni internazionali. Ma perché quegli “sfigati” hanno perso i loro anni migliori a studiare strumenti e strategie quando bastava incontrarvi al Bar Sport per sapere esattamente come risolvere conflitti bellici, sociologici e politici? Bisogna avere grande, enorme rispetto per chi studia, per chi legge, per chi ha sete di conoscenza, perché da loro possiamo apprendere e migliorare. Ho scelto di studiare, ho scelto di leggere e ascoltare, perché penso che solo così si possa crescere. Sono andata all'università spaccandomi la schiena nelle cucine dei ristoranti di Sassari, perché a casa non c'erano soldi e studiare è stata una mia scelta. Andavo a dare gli esami e nascondevo le mani sotto la cattedra perché erano piene di ferite infette che mi procuravo pulendo il dentice e aprendo ostriche per il sindaco o grigliando costate per il presidente. Ho incassato con dolore i vostri “tanto la laurea non serve a un cazzo”, e avevate ragione, perché quel poco che so l'ho imparato ascoltando chi ne sapeva più di me, leggendo al di fuori del percorso accademico e confrontandomi con persone di ogni etnia e religione. Quando in estate facevo la cameriera per i VIP nei ristoranti della Costa Smeralda, per poi pagarmi gli studi, voi avete scelto di andare in spiaggia a prendere il sole. E avete fatto benissimo, però un libro potevate portarlo sotto l'ombrellone, magari uno di grammatica, giusto per sapere che il condizionale non è un pezzo del motore simile al differenziale, e questo vi avrebbe impedito di scrivere su Facebook “questi islamici anno rotto il cazzo”, lasciando la h a far compagnia ai tasti obsoleti della tastiera. Siete stati, e ancora lo siete, liberi di scegliere fra l'ignoranza e l'umiltà del sapere, e avete scelto la prima. Non condanno la vostra scelta e neanche la giudico, semplicemente non rompete i coglioni con i vostri postulati che ricadono su tutti: anzitutto sui vostri figli, sulla nostra società, sul nostro futuro e sul nostro benessere biliare e sfinterico. E a me spiace tanto che abbiate l'idea della politica alla Salvini e simili. Mi spiace che voi ignoriate il vero senso (perduto) della politica, di quell'arte di amministrare la polis per il bene di tutti. Mi spiace che non abbiate mai letto Gramsci, che non abbiate sentito parlare Berlinguer su un palco, o ascoltato De Gasperi, e che non abbiate mai sentito urlare Pertini che oggi, a quelli che sfoggiano cartelli idioti sugli scranni del parlamento, li avrebbe presi per un orecchio e mandati a spalare letame nell'Agro Pontino. Mi spiace che per voi la politica sia rappresentata da uno che mostra la pistola in TV, da chi usa il Vaffanculo risolutivo e l'insulto come dialettica. Mi spiace che per voi la politica sia
comunisti= dittatura Russia/Cina,
destra=capitalismo/America,
centro=Andreotti/Democrazia Cristiana che quando c'erano loro rubavano ma ce n'era per tutti.
Ovviamente io che sono imbecille ho dovuto studiarmi Keynes e Adam Smith per farmi un'idea minima del capitalismo, e per un'infarinatura del comunismo ho dovuto scomodare oltre a quel mattone di Marx anche Tolstoj e Solženicyn. E per questo non mi sento migliore di chi non li ha letti, ma almeno faccio l'unico atto rivoluzionario concesso in questo periodo storico: istruirmi. E voi dovete leggere ragazzi, perché essere ignoranti non è più una scusa e neanche uno status accettabile. Perché l'ignoranza è pericolosa, è un cancro che distrugge e uccide. I terroristi sono criminali ignoranti, chi inneggia alla morte è ignorante, chi predica l'odio razziale è ignorante, e scegliendo l'ignoranza diventate il pasto preferito di quattro sciacalli avvezzi alla demagogia. E l'ignoranza quando sale al potere è pericolosa quanto una bomba sull'uscio di casa, perciò istruitevi perché siete voi il futuro e si spera che riusciate a renderlo migliore. E per favore, evitate di postare i video di De Andrè subito dopo aver scritto quelle minchiate. Perché se il buon Faber fosse ancora fra noi, vi avrebbe sorriso con tenerezza, e fra uno sbuffo di fumo e un sorso di vino, avrebbe fischiettato “se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo”. E poi, con una sottile lacrima, vi avrebbe regalato un bel libro.
Lanciandovelo a mano piena sulla calotta cranica.
comunisti= dittatura Russia/Cina,
destra=capitalismo/America,
centro=Andreotti/Democrazia Cristiana che quando c'erano loro rubavano ma ce n'era per tutti.
Ovviamente io che sono imbecille ho dovuto studiarmi Keynes e Adam Smith per farmi un'idea minima del capitalismo, e per un'infarinatura del comunismo ho dovuto scomodare oltre a quel mattone di Marx anche Tolstoj e Solženicyn. E per questo non mi sento migliore di chi non li ha letti, ma almeno faccio l'unico atto rivoluzionario concesso in questo periodo storico: istruirmi. E voi dovete leggere ragazzi, perché essere ignoranti non è più una scusa e neanche uno status accettabile. Perché l'ignoranza è pericolosa, è un cancro che distrugge e uccide. I terroristi sono criminali ignoranti, chi inneggia alla morte è ignorante, chi predica l'odio razziale è ignorante, e scegliendo l'ignoranza diventate il pasto preferito di quattro sciacalli avvezzi alla demagogia. E l'ignoranza quando sale al potere è pericolosa quanto una bomba sull'uscio di casa, perciò istruitevi perché siete voi il futuro e si spera che riusciate a renderlo migliore. E per favore, evitate di postare i video di De Andrè subito dopo aver scritto quelle minchiate. Perché se il buon Faber fosse ancora fra noi, vi avrebbe sorriso con tenerezza, e fra uno sbuffo di fumo e un sorso di vino, avrebbe fischiettato “se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo”. E poi, con una sottile lacrima, vi avrebbe regalato un bel libro.
Lanciandovelo a mano piena sulla calotta cranica.
venerdì 10 aprile 2015
La danza di un palloncino sgonfio.
C’era una volta un
bambino bellissimo che per comodità chiamerò Jons. Nacque in Sardegna, in un piccolo
paese di collina, e tutti gli abitanti capirono da subito che era speciale:
rendeva bello tutto ciò che gli stava intorno. I genitori di Jons erano felici
di quel primo figlio morbido e sorridente ma quando aveva quasi un anno si
resero conto che quel bambino speciale non stava poi tanto bene. La madre lo
prese con se e cominciò a vagare per gli ospedali, vegliandolo notte e giorno, dormendo
su una sedia e aspettando risposte da qualche camice bianco. Infine la risposta
arrivò. La madre tornò a casa con quel fagotto e spiegò brevemente al marito
parole che non capiva: Talassemia, o Morbo di Cooley, o Anemia Mediterranea. Lo
guardarono e notarono che forse era solo un pochino più pallido di quando
sembrava stesse bene, perciò pensarono che quella strana malattia non poteva
intaccare la sua bellezza e tornarono a pensare che era semplicemente un
bambino speciale. Jons si rimise in fretta, anche se risultava sempre più difficile
spiegare agli altri che quel bambino così speciale si portava dentro una
condanna: i suoi occhi vispi ogni settimana pendevano per ore
infinite da una sacca di sangue, appesi al filo rosso di un palloncino sgonfio.
Forse dei genitori normali si sarebbero fermati a quel primo figlio, invece i
genitori di Jons ne sfornarono altri 3, convinti che una malattia non
potesse intaccare il desiderio e la fame di vita che alloggia in ogni
essere umano. Probabilmente avevano ragione, perché quei bambini crescevano
senza mai sfiorare la tristezza: la malattia di Jons prese da subito le
sembianze di una routine alla quale tutta la famiglia si adeguò senza traumi.
Peraltro Jons era bravissimo a far sembrare tutto straordinariamente normale e
semplice: era un mago che sapeva legare le lacrime di tutti con un filo spesso
di spensieratezza, per poi gettarle in aria come fossero chicchi di grano capaci
di partorire rigogliose risate. Nonostante le attenzioni protettive della madre
niente poté impedire al bambino di avere una vita normale: Jons correva,
saltava, sperimentava nuovi giochi ed era amato da tutti, questo nonostante le
lunghe permanenze in ospedale. Già, perché via via che cresceva i problemi aumentavano,
non solo per la necessità sempre maggiore di trasfusioni di sangue ma per un
sistema immunitario quasi inesistente, per cui anche una banale influenza diventava
una probabile causa di morte. Durante uno di questi sgraditi soggiorni, forse
per l’asportazione della milza o forse per un’appendicite in peritonite, la
madre cominciò a pensare che il buon Dio fosse andato in vacanza, scordandosi
di spedir loro una botta di culo. In quell’occasione insieme a Jons fu
ricoverata anche la sorella Pinchitta per una bronco polmonite virale: quando
si dice che la fortuna è cieca, eh! Pinchitta alloggiava comodamente al 2°
piano e Jons al 4°, e la madre, non avendo il dono dell’ubiquità faceva la
spola passando gran parte del tempo a correre nelle scale più che al capezzale
dei figli. Poi i medici le consigliarono di rimanere con Jons perché Pinchitta
era abbastanza contagiosa e questo poteva aggravare le condizioni del fratello
maggiore. Poco male, perché Pinchitta era una bambina rotonda con la parlantina
di un mangianastri, e quando rideva anche il primario balzava sulla sedia
convinto che 583 pattuglie di pompieri avessero fatto irruzione nel reparto a
sirene spiegate. Le infermiere se la contendevano come fosse un peluche della
Trudi e le coccole arrivavano a vagonate. Passò tanto tempo, forse un mese,
finché un giorno l’infermiera grassa coi capelli di fieno arrotolato la prese
in braccio, la mise in ascensore, le coprì la faccia con una mascherina e
quando le porte si aprirono Pinchitta sentì una voce che le riempì le orecchie
fino a toccarle le viscere. Dalla porta Pinchitta vide la madre con un piatto
di cibo dall’aspetto nauseante, che cercava di convincere Jons che quel polpettone
era il più buono del mondo, ma lui la sapeva lunga e implorava le salsicce
arrosto che abitualmente mangiava a casa. Jons era pieno di fili rossi, bianchi
e gialli, sembrava un burattino legato alle corde maldestre del destino. Mentre
la mamma correva ad abbracciarla, Pinchitta non riusciva a distogliere lo
sguardo dalla sacca di sangue, dal tubicino che scivolava ai piedi del letto,
dalla bottiglia che gocciolava nel braccio di Jons. “Sta meglio, gli
antibiotici l’hanno devastata ma si sta riprendendo, torneranno a casa insieme”
disse l’infermiera mentre stringeva Pinchitta col suo braccio morbido e caldo,
come se volesse proteggerla da tutto il male del mondo. Jons era inchiodato al
letto, la guardava come se volesse dirle tantissime cose, Pinchitta lo salutò
agitando la mano, lui le strizzò l’occhio e le sorrise con quella sua maniera
indelebile, e fu come se i fili che lo avvolgevano avessero imprigionato anche
la sorella, in una sorta di abbraccio dal quale nessuno dei due si sarebbe più
liberato. E tornarono a casa insieme, un giorno di quasi primavera, trovarono
il camino acceso, affinché nessuno potesse sentire freddo aprendo la porta di
casa. Era stato solo un beffardo urto del destino che non fermò la voglia di
vivere di quei due. Sarebbe bello avere per sempre l’inconsapevolezza dei
bambini che cadendo dal precipizio sorridono pensando che è bello volare e non
si curano dello schianto o delle ferite che avranno addosso. Jons e Pinchitta
divennero compagni di giochi e complici, dormivano in camera insieme, e per la
madre non fu un compito facile tenerli a bada, visto che l’uragano Katrina era
una brezza leggera in confronto a quei due tsunami. Andavano nella piazza del
paese a giocare con le biglie, e Jons era bravissimo: vinceva e le biglie
di troppo le regalava a Pinchitta. La casa venne invasa da biglie colorate e
ogni membro della famiglia era solito scivolarci sopra prendendo la sua
quotidiana culata sul pavimento. La mamma pensò bene di cucire le tasche dei
pantaloni dei due affinché non avessero modo di portare a casa le biglie vinte.
Peccato che un giorno Pinchitta trovando le sue tasche chiuse a 4 mandate di
punto croce, pensò di metterle in bocca usando le sue guance come tasche.
Orrore! Quando i due tornarono a casa sembravano due scoiattoli con un melone
Cantalupo in bocca. La madre scucì tutte le tasche per evitare un altro
soggiorno in ospedale dovuto all’ingestione di una quintalata di palline. Finite
le biglie i due si diedero all’allevamento delle più disparate specie di fauna
locale. Cominciarono ad allevare formiche sottraendo graminacee dal deposito
del padre. I formicai ebbero presto le dimensioni del Krakatoa. La zia vi sprofondò
dentro e ne uscì una quantità di formiche impazzite che coprirono metà del
giardino. Il giardino venne zappato e i formicai distrutti. Allevarono passeri, tordi, quaglie e qualsiasi volatile si aggirasse spensierato sotto
le tegole della casa della nonna. Ma gli uccellini non erano animali di compagnia:
tornavano solo se i due unni in miniatura avevano fra le mani quantità
inestimabili di cibo, poi volavano via. Poco male, ripiegarono sui piccioni. Ne catturarono
uno, lo nutrirono fino a fargli assumere le proporzioni di un fagiano obeso.
Probabilmente quel volatile aveva una mailing list più lunga del WWF e nel giro
di poco tempo il cortile venne invaso da piccioni che sostavano ovunque in
attesa di cibo. Un giorno la madre lasciò le finestre aperte per il caldo e l’indomani
trovò in cucina volatili, piume e una coltre di guano che trasformò le
maioliche di casa di un colore MarroNero. Bastarono due spari in aria di un
cacciatore e dei piccioni non se ne ebbe più notizia. Stessa sorte toccò ai
pulcini: quando i due tornavano da scuola trovavano qualche piuma sparsa nel
patio, un coccodè in meno nel cortile e una coscia di pollo in più sul piatto. Quando
sul piatto trovarono il coniglio alla cacciatora, i due bambini capirono che
anche Bachisio e Lola, i due conigli che avevano sfornato una cinquantina di
figli, erano passati nel purgatorio della cucina materna. L’infanzia finì con l’ultimo
tentativo di allevamento: i topi. Dopo che i due ebbero sottratto ingenti
quantità di formaggio dalla cantina familiare per nutrirli, il capostipite
riuscì a scappare dal recinto, che ingrato! Qualche settimana dopo la nonna
tirò fuori dalla credenza un enorme vassoio di dolci avvolto nella carta
velina. Quando lo aprì svenne, visto che al posto di tiricche e amaretti vi era
un gigantesco topo obeso coi baffi ancora sporchi di pasta di mandorle che a
stenti riuscì a scappare fra le gambe delle signore riunite per il caffè. Finì
la loro infanzia e iniziò l’adolescenza con tutti i suoi problemi e le sue
bruciature ancora tutte da scoprire. Jons crescendo aveva sempre più bisogno
del sangue degli altri. Per le sorelle di Jons era diventato normale chiedere
agli amici se conoscevano qualcuno che potesse donare il sangue al fratello. Forse
a quell’età sarebbe stato più normale per loro chiedere un passaggio in
motorino piuttosto che una sacca di sangue. Ma la madre era stata bravissima
nel rendere quella malattia una cosa normalissima, perciò ciascuno faceva il
suo pezzo con la stessa naturalezza con la quale si beve un sorso d’acqua
fresca dopo una corsa. Pinchitta un giorno cercò sull’enciclopedia “Anemia
mediterranea”, “Beta Talassemia Major” e “Morbo di Cooley” e l’unica cosa che
capì fu che erano 3 sinonimi. Chiese alla madre perché Jons andava sempre più
spesso in ospedale e perché il suo colorito era sempre più scuro. La madre
spiegò le cose così come si devono spiegare ai bambini: “L’emoglobina di Jons è
capricciosa e rende i suoi globuli rossi deboli, o addirittura li fa
scomparire, pufff! come un mago maligno! Perciò i medici prendono altri globuli
rossi, li mettono nelle sacche e li regalano a Jons. Solo che tutto questo via
vai di globuli produce un sacco di ferro nel fegato, ma noi non ci facciamo mica
fregare dal ferro eh! Perciò Jons ogni giorno mette 3 fiale di Desferal nel suo
sangue per sconfiggere il ferro. Eh si, diventa un po’ più scuro e giallognolo
degli altri perché a volte vince il ferro…ma non per sempre eh!”. È un vero
peccato che non si possa restare sempre bambini e vedere le cose come in un
cartone animato, colorato, pieno di suoni e allegria, e con un lieto epilogo
prima che compaia la scritta “The End”. Jons crescendo conobbe tutti i reparti
degli ospedali del circondario, Pinchitta scoprì che bastava una banale
bronchite per ridurlo quasi cadavere fra le lenzuola madide di una brandina.
Col tempo la madre di Jons poteva fare l’infermiera ad honorem, era in grado di
cambiare le flebo, sapeva dove stavano pappagallo e padelle di ogni reparto, era
conoscenza di tutti i turni del personale medico e paramedico di ogni presidio
ospedaliero. Questo ruolo toccò presto alle sorelle. Pinchitta si rendeva conto
che ogni volta che Jons veniva ricoverato in ospedale, erano il ferro e l’emoglobina
stronza a vincere su Jons. Diventava straziante vedere quel ragazzo appeso ai
tubi, voltarsi e chiedere “Sto per morire, vero?”. Queste frasi si dovrebbero
pronunciare a 90 anni, non a vent’anni. Ma Jons era speciale, ve l’ho gia
detto: si riprendeva in fretta e una volta sconfitta la cattiva sorte, giocava
a rimpiattino col destino, a mordere e a nutrirsi della vita come si fa con un
gelato, che lo devi mangiare subito altrimenti fra un minuto si è già sciolto,
e a te rimangono solo le mani sporche di gocce da leccare. Jons lavorava,
allevava cani, gatti, piante e tutto ciò che gli desse l’idea di nuova vita;
non si perdeva un concerto, ogni sera usciva con gli amici fino a notte fonda,
appassionato di cinema, di motori, ma soprattutto innamorato delle persone,
alle quali dava tutto ciò che riusciva a dare, così come di solito fa chi non
ha più niente da perdere o da guadagnare. Circa 15 anni fa il
ferro di Jons si impennò a dismisura. Già i medici consideravano un miracolo
che fosse ancora vivo, perciò pensarono a una delle tante possibili
complicazioni della Talassemia. Invece Jons aveva contratto l’Epatite C da una
trasfusione. Chi è che aveva detto che la sfiga ha la mira di un cecchino?
Quando si cercò di capire di chi fossero le responsabilità fu davvero curioso
notare come lo Stato, l’ospedale militare, i medici e chiunque avesse
manipolato quel sangue infetto che contagiò centinaia di politrasfusi, si
rimbalzavano la palla a vicenda, lavandosi le mani di fronte a un danno
irreparabile perpetrato ai danni di chi ha già un bel paiolo di cazzi suoi da
risolvere. Ma Jons era speciale, lo sapete già, se ne fregò dell’epatite, del
ferro che lo divorava, e andò avanti, lui e la sua tenace voglia di vivere,
tenendosi per mano un po’ di dolore, quel tanto che basta per dare all’esistenza
uno schiaffo di meraviglia. Jons è ancora vivo, nonostante tutto, adesso ha 47
anni: è il più vecchio del Centro Trafusionale dove si reca ogni settimana per
nutrirsi di 2 sacche di sangue. È il più vecchio perché gli altri sono tutti
morti prima di lui. È orribile dire che un uomo di appena 47 anni è vecchio. È ingiusto.
Gli altri lo guardano e pensano si, che Jons è davvero speciale perché ha
saputo guardare oltre il suo metro quadro ed è stato in grado di volare oltre,
senza aver paura di cadere. Jons è arrivato fin qua solo per dire che il
segreto della vita è che devi averne rispetto, e devi amarla, e devi voler
vivere fortemente e lottarci per averne una briciola in più. E devi prenderla
per il culo questa vita: devi sorriderle e darle una carezza mentre le stai
rubando qualche minuto in più di emozioni da portarti dietro nel tuo viaggio. In
fondo solo quando si perde tutto si riesce a gioire anche per il volo sgraziato
di un palloncino sgonfio.
Jons è mio fratello,
Pinchitta sono io. Con questo post volevo ringraziare tutti i donatori di
sangue: sappiate che ogni volta che avete donato il sangue lo avete fatto anche
per me, per la parte più importante e viva di me. Vi chiedo di continuare a
farlo per tutti quelli che come Jons vivono appesi a quel palloncino rosso e sgonfio che
aspetta di volare. Jons la settimana scorsa ha avuto una diagnosi di cirrosi
epatica. Entrambi eravamo divisi da un telefono, io cercavo di dirgli che non è
grave, e mentre glielo dicevo cercavo di convincere me stessa che no, non è
grave, Jons ce la farà anche stavolta. Probabilmente mi sarei dovuta aspettare
una resa da parte sua, una frase del tipo “Beh, ho vissuto 47 anni, i miei
amici sono morti a vent’anni, me la sono goduta, mi sono bevuto di questa vita
tutto quello che potevo bere, e finché ce n’è continuerò a berla”. Invece no,
dall’altra parte del telefono sentivo palpabile la sua disperazione, come un
rasoio che ti strazia ogni lembo di carne, quella frase che non avrei mai voluto
sentire: “Non voglio morire sorella”. Ed io che non ho saputo far altro che
mentirgli “Non morirai neanche stavolta, vedrai”. E ho sentito quei fili che mi
hanno legato a lui quel giorno in ospedale, farsi improvvisamente fragili. E ho
avuto paura. Ho solo la paura egoista di perdere la parte migliore di me, di
smarrire quelle orme che ho seguito da quando ho visto quel palloncino rosso appeso
alle sue vene. Perché lui è il mio maestro di vita: è solo grazie a lui che ho
imparato a sorridere anche quando il mondo si sbriciola fra le tue mani e ti
rimane solo l’odore acre del misero sterco umano. Ho paura della sua morte, di
questo vecchio di 47 anni che ha ancora i poster di Mark Knopfler appesi in
camera, che colleziona film in bianco e nero, che gioca coi suoi cani come un
bambino, che vive del sangue altrui e che elemosina scampoli di vita ad un
destino ingrato. Non farmi questo Jons, non devi andartene. In fondo voglio
solo che in questo mondo di palloni gonfiati ci sia ancora posto per le
traiettorie magiche e sgraziate di un palloncino sgonfio.
venerdì 12 dicembre 2014
I segreti di una non-twitstar
Ultimamente sono più le volte che mi
chiedono "Ma come fai ad avere 30.000 follower?" piuttosto
che "Me la dai?", a prova della netta inversione di
tendenza del maschio italico. Rispondo sempre "Non lo so"
perché è la verità. Non so perché ho 30.000 follower, ma so di
non meritarli: non scrivo perle di saggezza perché so che andrebbero
in pasto ai porci, non scrivo cose divertenti o interessanti e
neanche posso dire di spenderci tanto tempo su Twitter. Posso però
spiegare le varie tappe che mi hanno portato ad avere 30.000
followers, che non sono pochi per una che non è una soubrette,
un'intellettuale o un'opinion leader (che non so neanche cosa vuol
dire). Mi sono iscritta a Twitter tanti anni fa, avevo come pic la
mia foto e il mio nick era il mio nome e cognome. Scrivevo di me,
pensieri, viaggi, avventure e il mio lavoro, che all'epoca era fare
l'educatrice per bambini disabili nelle scuole pubbliche. Avevo tanti
follower anche allora ma Twitter era un'altra cosa: era un bar, si
entrava in punta di piedi, si chiacchierava, si condivideva tanto e
si sorrideva di noi stessi. Una brutta storia di vita e di stalker mi
hanno portato a chiudere quell'account: per quanto allora Twitter
fosse un bar di periferia, esistevano comunque gli stronzi convinti
di poter prendere dal cesto qualsiasi cosa o persona. Chiusi
l'account con un Tweet "3...2...1...GAME OVER" e cliccai il
tasto per eliminarlo. Quel capitolo si chiuse con la consapevolezza
che anche il gioco più innocente può essere devastante se lasciato
in mano a degli squilibrati. Per tanto tempo non mi affacciai
minimamente al mondo dei social network e ciò mi portò a scoprire
che senza Twitter si vive lo stesso. Non è incredibile ragazzi? Si
mangia lo stesso anche se non si pubblicano le foto, si ascolta
musica anche se non condividiamo il link di YouTube e, cosa ancor più
sorprendente, si ama e si fa l'amore lo stesso anche se non si
scrivono poesie e prodezze virili in 140 caratteri. Il 26 aprile 2012
ero immersa in un turno di 24 ore in una comunità per disabili
psichici e, complice la fatica, la difficoltà nello stare sveglia,
ho creato un account con un uovo, guardai dentro Twitter e non trovai
nessuno: il bar era chiuso, forse per turno. Non scrissi nulla. Finii
quel turno alle 11 del mattino e andai sulla tomba di Gramsci per
l'anniversario della sua morte, provai rabbia e disgusto nel vedere
quell'urna del cimitero acattolico di Roma quasi in abbandono. Avrei
voluto gridarlo al mondo intero ma essendo affetta da una brutta
raucedine mi resi conto di non avere il timbro vocale giusto. Forse
era meglio entrare in un bar di Testaccio, ma era una giornata
uggiosa e i bar a Roma offrivano solo arancini, pizza bianca con
mortazza e il rutto libero di 4 cassaintegrati. Così pensai che un
bar virtuale come Twitter avrebbe potuto lenire la mia rabbia. Memore
dei consigli anti stalker della polizia postale, tolsi anzitutto la
geolocalizzazione, al posto dell'uovo del giorno prima scelsi una pic
"anonima", che non avesse niente di me se non gli ideali:
un Che Guevara donna, una pic presa dal sito sudamericano WhyNot che
si occupa di diritti delle donne. Il nick Sfigatamente mi venne in
mente in seguito a un dialogo con un mio amico filosofo "le
persone che non pensano hanno il dono dell'incoscienza, e quindi
della serenità. Tu, cara amica, sei essere pensante, ergo una
sfigata mente destinata al tormento". Grazie caro amico, davvero
grazie. Ma il profilo era stato creato. Entrai in punta di piedi come
sempre...e trovai non più un bar ma un circo: saltimbanchi,
umoristi, poeti, politici, star, attori, vallette, bimbiminkia,
cialtroni, maiali famelici, professori, commentatori compulsivi di
programmi televisivi, clown e pubblico vociante e pagante. Cercai
quelli che avevo lasciato: la maggior parte di loro erano diventati
"twitstar", blogger e personaggi che ogni giorno scrivevano
monologhi nella propria pagina. Presi posto dietro le quinte e ho
scritto come sono abituata a fare da sempre: dal 27 Aprile 2012 ho
vomitato sulla mia TL me stessa e la mia vita. Coi miei followers ho
condiviso vittorie e sconfitte, le emozioni più belle e i viaggi più
divertenti, la solitudine e i miei limiti, le mie pirlate a salve e i
miei acrostici irriverenti, le mie foto e la rabbia, la diplomazia e
la malinconia, il mio lavoro e i turni al massacro, l'imbecillite e
il mio vivere perennemente in uno squilibrio equilibrato. Questa sono
io e questo ho messo sull'account di SfigataMente: una persona
normale che vive la sua vita cercando di cogliere l'aspetto ludico e
cazzaro in ogni passo, con le sue pause riflessive da persona 42enne
sempre in bilico fra una risata fragorosa e una manciata di lacrime.
Non so perchè mi seguono queste 30.000 persone, mi guardo intorno e
vedo i mostri sacri del Twitter, che quando li leggo mi sento piccola
come un seme di zucca (una zucca vuota nella fattispecie) buttata
dentro un silos di angurie gigantesche. E lo so di non meritare
queste 30.000 persone perchè non sono straordinaria ma semplicemente
normale. Che ci sia bisogno di normalità in questo posto dove tutti
mirano ad essere stra-ordinari?! Non mi segue nessun VIP, nessuno di
quelli che contano su Twitter, non vinco nessun premio, non mi
chiedono collaborazioni ma mi seguono solo persone normali che nella
loro vita fanno il meglio che possono per sorridere. Peraltro vi
garantisco che avere un gran numero di followers non porta alcun
vantaggio nella vita reale: si lavora e si suda esattamente come
quando se ne hanno 50 o 5.000 di followers.
Col tempo ho imparato alcune regole
fondamentali per non essere ingoiata nelle sabbie mobili dei 140
caratteri:
- Non rispondere alle provocazioni dei pirla conclamati che popolano Twitter perché ciò provoca un aumento di popolarità dei pirla in questione.
- Non rompere i coglioni alla TL con 10.000 interazioni con la stessa persona: in questi casi trasferirsi su Whatsapp o ancor meglio, prendere il telefono e farsi una chiacchierata con l'interlocutore.
- Rispondere alle mention, nei limiti del possibile seppur in ritardo. Mia madre mi ha insegnato che quando una persona ti rivolge la parola è segno di buona educazione rispondere. Non vorrei mai tradire le aspettative della mia genitrice. Mi sento autorizzata a non rispondere quando la mention equivale a ":-)" / "Ahahahahah" / "Sei tu quella della pic?" / "Mi fai un retweet?" / "Sei bellissima, mi vuoi conoscere?" / ";-))))" / "Seguimi e ti seguo!"/ e via ad libitum.
- Non rispondere ai DM porci o di sconosciuti che chiedono "M o F?" o "Sei single o sposata?". Ho un cattivo rapporto coi DM: mi piace interagire senza segreti in TL e quando al mattino vedo 78 messaggi non letti mi viene la pellagra e penso che di notte è tanto bello dormire e sognare invece di scrivere minchiate in DM.
- Condividere e interagire. Probabilmente sono l'ultima delle romatiche, ma adoro condividere emozioni, parole, risate e coriandoli di vita. E per condividere si deve interagire: quando pubblico un pensiero, una foto o una pirlata, chi mi legge commenta. Se io lasciassi quelle persone senza risposta si tratterebbe di un monologo e di negazione del confronto, come salire su un palcoscenico e avere davanti una platea vuota.
- Follow back o non follow back? Io trovo tutti molto più interessanti di me. Qualche milionata di profili mi piacciono parecchio, ma c'è un limite di following quando si supera una certa soglia: Twitter impone che in questi casi il numero di following non superi i followers. La condivisione per essere tale deve essere reciproca, perciò ho scelto di seguire le persone che mi seguono. Ma non seguo tutti: non seguo le "uova" (santi numi, se vi iscrivete a un social network sprecate 2 minuti per metterci una pic, su!), non seguo profili porno, aziende, siti web, agenti di marketing, professionisti in cerca di pubblicità e simili. Non seguo profili che non interagiscono, quelli senza tweet, quelli che gli ultimi 100 tweet sono "Ciao!...Ciao!...Ciao!...Buongiorno!...Buonasera!...Buonanotte!".
- Defolloware o non defolloware? Un defollow fa male quando si tratta di persone con le quali hai interagito un sacco di volte, che ti sembrava di conoscerle, di averci condiviso uno scampolo di strada. Poi ti arriva il defollow ed è evidente che quella persona non vuole più condividere niente con te o che improvvisamente le stai diametralmente sulle gonadi. Ed è con un po' di malinconia che premo il tasto "smetti di seguire" attuando un defollow back senza parole. A volte invece premo quel tasto con grande animo cazzaro, come se Twitter fosse una macchina infernale dove ci si incontra e ci si lascia senza stringersi la mano: Twitter è lo specchio della vita.
- Andare oltre la pic. Non ho mai rifiutato di incontrare i miei followers quando questi davano dimostrazione di avere un certo equilibrio mentale. Poco importa se poi alcuni pubblicavano la foto dei loro addominali stile tavoletta di cioccolato e poi quando li ho incontrati quella tavoletta di cioccolato si è rivelata un bignè, sempre di cioccolato ma pur sempre un bignè. Ma io non bado a queste cose, peraltro ho incontrato soprattutto donne e non ho mai assunto posizione sdraiata con un twittero, ma ho avuto l'onore di conoscere persone straordinarie e le considero dei frammenti del mio specchio rotto. E poi è bello essere pelle e voce dopo essere stati pic e parole.
- Essere me stessa. Non riesco ad interpretare un personaggio, non sono una brava attrice, perciò i miei tweet sono il mio diario virtuale, le mie parole rispecchiano lo stato d'animo di quel momento, non ho bozze da salvare perché non riesco a salvare neanche me stessa. Provo molta invidia per quelli che pubblicano solo battute umoristiche, i poeti del Twitter, i maniaci del selfie, i tritura palle perenni, e tutti quelli che hanno un profilo monotematico. Provo sincera invidia per la loro stabilità e costanza: io, ahimè, cambio ogni 38 secondi umore e desideri.
- Twitter è un gioco. Giocare è bellissimo ma bisogna giocare con moderazione, seguire le regole del gioco e non fare del gioco la propria ragione di vita.
Questo è il mio Twitter, il mio modo
di intenderlo e, giusto o sbagliato che sia, è il mio. Il grafico
della mia vita segue fedelmente quello di Sfigatamente, e così
ultimamente i miei followers chiedono "Cosa ti è successo?
Perché twitti così poco? Stai perdendo smalto...". È vero: mi
limito ad uno o due tweet al giorno e a volte neanche quelli, e vivo
di rendita. Ho sempre parlato del mio lavoro e i più attenti avranno
notato che non ne parlo più. Per quanto sia stata tacciata di
buonismo, io amo parlare del mio lavoro, quello di un'educatrice che
lavora con disabili, disagio e tutti i rifiuti che la società
produce. È un lavoro che mi fa star bene e cerco di far sembrare
quel mondo meno distante e più vero dall'immaginario collettivo. Ma
non ne parlo più. Ora lavoro in una struttura per disabili
psichiatrici, ed è patologia, ed io ho grande rispetto per la
malattia, molto rispetto. Non c'è più nulla di divertente nel mio
lavoro, ma sono previsti degli educatori in quel reparto anche se il
ruolo è diverso. E combatti disarmata con una patologia senza
possibilità di miglioramento, ed è aggressività, auto ed
eterolesionismo, terapia continua, è coprofagia, mutismo e sordità,
vomito e impotenza, ed è lottare contro un cancro che divora il
cervello e non si ferma di fronte alle tue parole ma neanche con le
pillole del neuropsichiatra. Ed è sconfitta professionale, spesso
piango e vorrei scappare. Cerco altro lavoro ma no, c'è crisi e non
si trova. E resto impotente, con la consapevolezza che quando torno a
casa ho solo bisogno di silenzio. Per questo ho smesso di twittare
come un tempo: questo lavoro mi assorbe come una spugna gigantesca
che divora un minuscolo bicchiere d'acqua. Ma sto risorgendo, piano,
lentamente, com'è mio costume. E voglio dire GRAZIE a queste 30.000
pic che ancora mi seguono, per essere ancora qua e per stringermi
ancora la mano. In fondo zia Sfiggy ce la fa anche stavolta, e anche
stavolta deve ringraziare un sacco di anime belle...oggi comincio ad
abbracciarne oltre 30.000.
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