mercoledì 19 febbraio 2020

Come le rocce dell'Algarve

Ho lasciato l'Algarve dopo pranzo e l'ho lasciata con molta resistenza: la maestosità delle sue onde, le rocce ruvide e le falesie che si stagliano all'orizzonte mi hanno fatto emozionare. Stamane dopo Ponta da Piedade sono andata ad Algar Seco: mi sono persa in quei canyon bruciati dal sole, levigati dal vento e consumati dalle onde e dal sale. Possiamo tralasciare il fatto che ci sono andata con le scarpe da running e che ho rischiato di scivolare ad ogni metro, ma non importa, ce l'ho fatta e questo mi basta. L'Algarve mi ha fatto sentire minuscola, ne sono uscita ridimensionata e forte. Non che prima mi sentissi un gigante eh, chiariamo: sono alta un metro e mezzo e peso 50 kg, pertanto non ho mai svettato nella fila del refettorio. Ma non parlo di questo: tutta quella forza, quell'irruenza delle maree, le rocce consumate, friabili all'apparenza eppure forti che sembra possano sorreggere il peso del mondo intero, mi hanno fatto sentire un puntino minuscolo e tutti i miei punti interrogativi che avevo coltivato nella mia testa sono stati spazzati via da un'onda qualsiasi. Ho preso la macchina e ho puntato verso Nord, e attraversando l'Alentejo pensavo che alle mie spalle lasciavo l'Algarve, e a quel posto io devo questo sorriso e questa forza: in fondo anche la più piccola di quelle rocce resiste da secoli alla potenza distruttiva delle maree e agli schiaffi violenti del vento.
Anch'io. 

Una camera a sorpresa in Lagos

Questa la devo raccontare. Ieri non ero pronta per lasciare l'Argave e il suo oceano, e peraltro mi sono ricordata che ho saltato Algar Seco, pertanto decido di alloggiare a Lagos. Ho fatto una ricerca un po' superficiale, poche pretese: colazione inclusa e parcheggio. Mi viene fuori questa offerta, occasione imperdibile, affare del giorno o del secolo: € 31 perché sono Genius, sia mai. Non mi fido e faccio un controllo incrociato su TripAdvisor...caspiterina! Voto: 4,5 ok mi hai convinto Booking! Scrivo una mail per chiedere dove parcheggiare, nessuna risposta. Chiamo quando sono a pochi Km da Lagos, nessuna risposta. Arrivo a Lagos, vado a cercare questa benedetta stanza, la trovo, suono e...dal citofono parte il segnale libero di una telefonata. Arriva questa voce da uomo sornione, mi chiede cosa desidero. Ciao uomo, vorrei la mia stanza, ma no, dice che lui non ha nessuna prenotazione. No uomo, io ho la conferma della prenotazione, ho qua la mail, ti ho scritto, ti ho chiamato e ti ho stalkerizzato, fai tu! Mi dice: 5 minuti che check in my computer e tuu...tuu...tuu chiude tutte. Rimango davanti alla porta e non so che fare, fumo una sigaretta, controllo su TripAdvisor e...si, aveva 4,5 ma con 11 recensioni dal 2015 ad oggi, ossia quelle della madre, figlia, zia, nipote, etc. Dopo 5 minuti suono al citofono, parte la chiamata: l'uomo risponde e mi chiede cosa voglio. Cosa voglio??? Non so, sono qua che aspettavo! Mi chiede chi sono...mantengo la calma e gli ricordo chi sono. Mi dice: ok, hai la tua camera, ti apro la porta, la prima porta a sinistra sul corridoio è la tua stanza, trovi le chiavi sul letto, obrigado tuu-tuu-tuu. La porta si apre come per incanto, avanzo con cautela perché questa cosa che mi aprono la porta a distanza e mi parlano dall'aldilà non mi convince...ma sbaglio, trovo la camera, bella e pulita: non è una camera da 30 euro, e si, era un affare. Arriva una mail: è l'uomo che evidentemente ha acceso il computer e mi dice dove devo parcheggiare: in Bairro NonSoCosa, due minuti a piedi. Apro maps: è vero, la via esiste, c'è un parcheggio ma fra la mia stanza è il parcheggio c'è un vuoto, cosa sarà? Lo scoprirò presto, si va a Bairro NonSoCosa e...è il parcheggio del cimitero. Ok, fa niente, non ho paura dei morti ma di qualche vivo. Lo spazio nel niente è semplicemente una spianata di terra battuta dove la fauna locale fa scambio di merce buona, spero per loro che abbiano una buona vita! Torno in camera, sul letto trovo un foglio con scritto che serviranno la colazione alle 8:45. Eeeeehhhhh??? Ma io mi sveglio alle sei del mattino! Mando una mail visto che ora l'uomo ha acceso il computer: ciao uomo, posso avere la colazione alle 8:00. Nessuna risposta. Stamane mi sveglio alle 6:00, letto comodo, doccia splendida, bagno pulito e santificato, e alle 8:45 arriva una signorina che si scusa: il pane caldo e i dolci arrivano fra poco. Morale: faccio colazione alle 9:00 (buona) e la ragazza mi dice di andare a Ponta do piedade che è muy bonito. Pago ed esco. Si, era davvero muy bonito e in fondo l'uomo non era poi malvagio: non fosse per lui avrei passato una notte in un qualunque hotel, senza niente da raccontare. 

martedì 18 febbraio 2020

L'oceano da mangiare.

Stamattina mi sono svegliata alle 5:00, e di come io riesca ad alzarmi all'alba quando sono in ferie mentre quando vado a lavoro non mi sveglia neanche il traffico aereo di Sigonella, rimane un mistero che solo Giacobbo sa. E rimane un mistero insoluto anche il fatto che quando sono in ferie faccio colazione come un brontosauro mentre a casa esco con mezzo sorso d'acqua e uno snack in tasca. Comunque subito dopo aver mangiato una carriola di cibo, mi sono lasciata alle spalle Faro per arrivare a Lagoa dove ho preso un motoscafo per vedere quella parte di costa da un'altra angolazione. Mai scelta fu più azzeccata: mi sono riempita di mare, salsedine, grandezza, colore, sole e immensità.
 Ho scattato centinaia di foto ma mi sembravano sempre poche, pertanto quando sono tornata a riva ho fatto il percorso a ritroso...ma a piedi.
 E son rimasta senza fiato, eh no, non per la lunghissima passeggiata ma perché l'orizzonte era puro ed elegante come una regina d'altri tempi, maestoso e avvolgente come una coperta che scalda il mondo intero. 
Sono risalita in auto e ho inseguito la costa fino ad arrivare a Cabo Sao Vicente, il punto più a Sud del continente europeo. E davanti a quel faro, col rumore delle onde che copriva ogni altra cosa, sono rimasta senza parole: il vento me le portava via, insieme ai pensieri e a qualche dolore. E mi sono accorta che erano le 18:00 e ancora non avevo pranzato ma non avevo fame: l'oceano mi aveva saziato con i suoi colori e la sua musica che ancora mi tuona dentro. E lo sento ancora che mi culla in questo pezzo di mondo consumato dal vento e dall'acqua. 

lunedì 17 febbraio 2020

Ritrovarsi in Portogallo quasi per caso

Come può succedere che uno prepara tutto nei minimi dettagli per andare in Thailandia e si ritrova in Portogallo? Può succedere se decidi di viaggiare ai tempi del Carogna Virus! In breve: la mia compagna di viaggio prende la bronchite febbrile a 2 giorni dalla partenza in Thailandia, giusto quando il governo thailandese ha deciso di misurare la febbre anche ai moscerini che entrano nel loro suolo. Ergo, per non rischiare la quarantena in qualche hangar dell'aeroporto, abbiamo annullato il viaggio. Finiti gli antibiotici è finita la febbre, e decidiamo di partire...nel giro di 24 ore. Stamane all'alba siamo partite per un viaggio di 12 giorni in Portogallo, senza programmare NIENTE: mai scelta fu più azzeccata!! Arrivo all'aeroporto di Faro, in Algarve, noleggio un'auto e via, on the raod. Anzitutto ho fatto un giretto a Faro e mi accorgo che ci sono più italiani qua che a Pontida: in ogni angolo c'è qualcuno che parla italiano, mi rendo conto però che sono tutti di una certa. Come si spiega questo fenomeno? Dopo infinite ricerche (in realtà un italiano incontrato in aeroporto) mi rendo conto che qua è pieno di pensionati italiani che vengono a godersi la pensione sulle rive dell'Oceano. Motivo: ricevono la pensione italiana e non pagano le tasse. Ci sono anche delle agenzie italiane che si occupano di questo, insomma è un business. A venire qua in genere non è l'operaio con una pensione miserabile ma coloro che ricevono una buona pensione. Mentre li guardavo mi sono venuti in mente i versi del buon Guccini "e andate chissà dove per non pagar le tasse col ghigno e l'ignoranza dei primi della classe", ma tant'è: sono vecchietti abbronzati che si godono la vita, ad maiora! Sono andata fino ad Olhão dove ancora le persone giocano a carte e a bocce per strada a pochi metri dal mercato del pesce, ho fotografato le barche sotto una bella luce, ho passeggiato nei vicoli e poi sono rientrata a Faro. 
Mi sono persa nel tramonto di questa città che sa di gente di passaggio e pesce fritto; ho cenato in una Tasca che sapeva di buono e famiglia; ho passeggiato fra i tavolini all'aperto, fra musica delicata e bicchieri di vinho verde e infine sono tornata in hotel.
 Domani si riparte ma io so già cosa mi porterò dietro: il volto bruciato dal sole del pescatore di Olhão che guardava i passanti con tenerezza, ché di quella fretta lui non sapeva che farsene. Ed io neanche: qua c'è tempo per tutto, anche per sorridere delle miserie e delle vittorie effimere. 

domenica 9 febbraio 2020

La sagra delle mascherine.

Per la prima volta nella mia vita ho programmato un viaggio con largo anticipo: a settembre 2019 ho prenotato un volo per la Thailandia. Prima del 23 gennaio ho persino prenotato un volo interno da Chiang Mai alle Phi Phi Island, con tanto di trasporto via mare verso le famose isole. E ho anche prenotato un hotel in NonSoDove, comunque una località meravigliosa dove avrei dovuto passare due notti. Ecco, sicuramente ho risparmiato abbastanza ma forse forse...no. Perché ovviamente a fine gennaio doveva esplodere questa tragedia mondiale del Coronavirus. Sono sempre stata molto fatalista, e lo sono ancora: potrei morire domani mentre vado a lavoro o campare fino a cent'anni, ma tutto ciò non posso programmarlo né prevenirlo. Sono però consapevole che viaggiare in questo periodo non è proprio una passeggiata a Villa Pamphili. Pertanto da fine gennaio ho cominciato a documentarmi su questo Carogna Virus: ormai apro le pagine dell'OMS e della Farnesina con più frequenza del cassetto delle mutande. Con l'esplodere di questa psicosi mi sono documentata sulle mascherine ffp1, ffp2, ffp3 e ffpfanculo4 che potrei esporre una tesi sull'argomento, certa di ricevere anche un bacio accademico. Riguardo il gel a base alcolica per le mani ormai conosco tutto, anche il fatto che acqua e sapone sono più efficaci. E poi ho fatto una stupidaggine epica: ho sbirciato qualche pagina dei social network sull'argomento. Ecco, quando un velo impalpabile d'ansia ricopre i tuoi pensieri, mai, e dico MAI, andare a leggere Facebook, Twitter o simili: ti danno la spinta necessaria per buttarti da un dirupo. Dopo qualche ora di lettura su Facebook sono uscita di casa anzitutto con un senso di nausea profondo più della Fossa delle Marianne, e anche con l'indirizzo di tutte le ferramenta della zona. Sono rientrata con una scorta di mascherine da far invidia agli operatori che smaltiscono l'amianto, ma soprattutto con il borsellino più leggero, come se avessi acquistato una partita di diamanti.
Quando ho cominciato a pensare all'utilità di una tuta da astronauta a tenuta stagna mi sono fermata e ho pensato che forse non era il caso di fare questo investimento. Mi sono posta la domanda: partire o non partire? Ho concluso che il 14 febbraio partirò comunque, con la mia scorta di mascherine, gel per me le mani, sapone, salviette, guanti e la macchina fotografica. Ho pensato che la maggior parte dei miei amici sono morti di incidente stradale ma ciò non mi impedisce di usare l'automobile, semplicemente uso più prudenza, anche se questo non mi preserva da un pazzo che viene contromano. Ho pensato di poter usare la stessa prudenza anche in questo viaggio, che no, non mi garantisce l'immunità dal Carogna Virus, ma almeno mi consentirà di volare verso un luogo sconosciuto, di scoprire orizzonti nuovi e catturare foto e sorrisi...nascosti dietro la mascherina. E questa voglia è più forte della mia paura del contagio. Confido nel fatto che sarei poco gradita anche all'inferno, quindi comprerò anche un paracadute: che almeno la discesa sia lenta e possa godermi il panorama!
PS: qualcuno di voi ha mica una maschera GP-5? Quella antigas russa per intenderci...perché quella mi manca per completare la collezione!

domenica 2 febbraio 2020

Le mie radici di pane e vizi

Sono a Casa, quella maiuscola, che risponde al nome di Sardegna. Ed è in quest'isola ruvida e calda che ritrovo le mie radici, e soprattutto quella Donna immensa che è la mia mamma. Stamattina hanno suonato alla porta e ci hanno portato "s'elemusina": in italiano è facile tradurlo in Elemosina ma il concetto non è quello della beneficenza. Fortunatamente godiamo di un buon tenore di vita ma il significato di questo gesto sardo si perde nella notte dei tempi. Ha radici religiose: la famiglia di un defunto donava ai poveri del cibo affinché pregassero per l'anima del loro caro. Un'opera buona agli occhi di Dio, in nome e per conto del defunto, e le preghiere dei poveri dovrebbero essere quelle più ascoltate. Oggi questo genere di poveri non ci sono più nel mio paese sperduto e questa tradizione ha assunto valenza sociale. I miei genitori lo fecero per mio fratello, l'anno successivo alla sua scomparsa e il significato tradizionale ora è più allargato: la famiglia del defunto dona del cibo a parenti e amici, affinché tutti ricordino e continuino ad amare il loro caro scomparso, come se quella persona fosse ancora in vita e regalasse qualcosa di suo, del suo lavoro, a tutti coloro che lo hanno amato. Un modo affinché non vada persa la memoria perché tutti meritiamo di essere ricordati per ciò che abbiamo fatto. "S'elemusina" che è arrivata oggi era quella di mio nonno e mia nonna. Fra tutte le varie terre in loro possesso, c'era anche la rocciosa collina di fronte a casa: è un costone verde e dolce, con linee sinuose come quelle di mia nonna, dall'aria imponente come quella di mio nonno. Alla morte dei miei nonni i figli decisero di darlo all'Ente forestale affinché continuasse a curare quella collina, dove mio padre e i suoi fratelli impararono a sorvegliare le capre, raccogliere mirto e mangiare bacche di corbezzolo. 
I soldi che se ne ricavano in un anno di affitto sono irrisori, nessuno di noi ha bisogno di quelle poche monete quindi hanno deciso che con quei soldi si fa "S'elemusina" dei miei nonni e la distribuiscono a tutta la famiglia e agli amici stretti affinché possano essere ricordati. Non siamo pochi in famiglia visto che mia nonna ha partorito 12 figli e che i miei cugini di primo grado da parte di mio padre ammontano a 36, i quali hanno generato un numero impressionante di figli che sono tutti miei nipoti (credo una cinquantina). Quindi oggi un paio di cugini/e si sono occupati della distribuzione del cibo, de S'elemusina, un po' come se i miei nonni ci avessero mandato un regalo. Sul tavolo di casa è arrivato un sacchetto con una confezione di caffè e una di zucchero, una confezione di biscotti e due corone di pane. Sono atea e non bado molto alle radici cattoliche di questa tradizione, apprezzo però la valenza umana di questo gesto: oggi vado a pranzo dai miei nonni. Oggi sul tavolo c'è il pane che abitualmente faceva mia nonna: il ricordo più vivo che ho di lei la ritrae mentre impasta il pane, lei che era così piccola e stava su uno sgabello di legno per arrivare al tavolo e riuscire a domare quella montagna di morbida fragranza. E mi chiedeva di aspettare, ché per me c'era sempre qualcosa di buono, io che ero "s'alipedde mia!", il mio pipistrello, sempre svolazzante sulla testa di tutti. 
Oggi sul tavolo ci sono i "vizi" che mi regalava nonno, lui e le sue mane screpolate, callose e deformate dal lavoro della terra, che frugavano le tasche per cercare le monetine, le metteva sul mio palmo e "vai a comprarti un vizio!", "unu vìsciu" in sardo: caramelle, biscotti e cose che per lui erano sconosciute, ma noi eravamo bambini e a noi dava ciò che lui non aveva mai potuto avere da bambino.
Ecco, sono queste le mie radici, quelle che mi porto dietro in ogni angolo di mondo che calpesto. Sono quelle che non dimenticano e che si nutrono di riconoscenza, me le hanno regalate delle persone semplici, come i miei nonni, che non avevano mai ricevuto carezze e vizi nella loro infanzia ma hanno imparato a riceverle e a darle da quella mandria di nipoti che invadevano quotidianamente la loro casa. Le mie radici sono quelle che mi ha regalato mia madre, piccola e curva sul suo uncinetto, a tessere trame e storie per coprire le brutture del mondo, e quelle di mio padre, figlio fragile che finge di essere forgiato d'acciaio. Sono le radici della mia terra, Madre che mi ha lasciato andar via consapevole di avermi donato il meglio di sé: il bisogno di ritornare sempre nel suo grembo, quella dipendenza calda e pulita dai colori del suo mare, dal profumo di cisto e ginepro, dalle mani consumate di mia madre, dal suono della lingua sarda e dal sapore di questo pane, l'unico che riesce a commuovermi e saziarmi.

mercoledì 22 gennaio 2020

Viaggiare nudi è bellissimo

Questo blog è nato come diario di viaggio: se guardo i primi post mi rendo conto che tutto nacque dal mio trasferimento a Londra e dal piacere di condividere le mie storie nella perfida Albione. Da quell’esperienza londinese nacque poi un libro ma ciò che conta è che da allora questo non è stato più un diario di viaggio bensì un diario personale dove ho condiviso i miei incidenti di percorso. Ma ogni viaggio che si rispetti ha i suoi rallentamenti, e così nella cornucopia dei miei buoni propositi del 2020 ho messo anche quello di ritornare ai miei racconti da vagabonda, con quella che è stata la mia prima tappa di questo nuovo anno: la Puglia! Ho scelto di tornare nel tacco dello stivale perché volevo che fosse il mare ad accompagnare la fine del vecchio anno e l’inizio di quello nuovo. Da circa un anno condivido il mio girovagare con una compagna di viaggio ed è con lei che sono atterrata all’aeroporto di Bari, all’alba del 30 dicembre. Ho scelto di spostarmi con i mezzi pubblici e quando l’ho detto agli amici sono inorriditi “In Puglia coi mezzi pubblici?!? Scherzi?? Impossibile! Al Sud i trasporti non funzionano...è una tragedia...e solo quando c’era lui i treni arrivavano in orario e noleggia una macchina e prendi una navicella spaziale e fai il cammino di Santiago...” e varie ed eventuali. Ma io sono ostinata e caparbia pertanto mi sono spostata coi mezzi pubblici e dal 30 dicembre al 3 gennaio ho visitato Matera, Altamura, Monopoli, Cisternino, Martina Franca, Locorotondo, Alberobello e tutta Bari, compresa Bari vecchia, solo ed esclusivamente con i mezzi pubblici. Se i treni erano puntuali? No, come del resto non lo sono a Milano o a Trieste. Se è stato difficile? Si, come lo è a Bologna e a Roma. Per viaggiare in Puglia basta districarsi fra le diverse linee ferroviarie di Trenitalia, Ferrovie del Sud Est, Ferrovie Nord Barese, Ferrovie Apulo Lucane e non so cos’altro, ma chissenefrega, sei in Puglia e te ne freghi, e se il treno da Locorotondo ad Alberobello è in ritardo di mezz’ora per me è solo l’occasione per fare una foto in più e mangiare 4 taralli. Da viaggiatrice non mi permetto di giudicare i trasporti di un paese in 5 giorni, credo che i pendolari abbiano più diritto e ragioni di me di lamentarsi o elogiare le infrastrutture di una regione. La differenza sta nell’affrontare il viaggio. Ho detto viaggio e non gita turistica, e vi faccio un esempio. Volevo andare a Cisternino, vedo che Trenitalia fa delle corse da Bari centrale fino alla stazione di Cisternino, che meraviglia, partiamo! Scendiamo a Cisternino e mi rendo conto che insieme a noi c’è una coppia con accento francese. Esco dalla stazione  e...mi rendo conto che di fronte a me c’era il niente, il vuoto, il nulla eterno. La coppia si era già dileguata con passo deciso nell’unica strada presente, io rimango a guardare i dintorni: un negozio di mangimi e granaglie, una lussuosa dimora di un avvocato con la targhetta dorata alla porta. E basta. La mia compagna di viaggio tramite Google Maps si rende conto che noi siamo un puntino turchese lampeggiante in mezzo ad una landa sperduta e che Cisternino dista a circa due ore a piedi, essendo a 8 Km dalla stazione. Mi guardo intorno e vedo un adesivo sbrindellato con la pubblicità di un Taxi, senza esitare lo chiamo. Mi risponde un signore che no, non era in servizio ma si, sarebbe venuto a prenderci perché “sa quanti ne capitano in estate? Pieno di turisti che arrivano e non sanno che la stazione giusta è quella di Cisternino Città, ma lì ci stanno le Ferrovie del Sud Est, mica Trenitalia!”. Ah beh, ok, aspetto il Taxi, ne approfitto per osservare il negozio di materiale agricolo: notevole, davvero notevole. Arriva il taxista, mi informa che la tariffa si aggira sui 25 euro. Ok, saliamo in macchina. Dopo la prima curva troviamo la coppia con accento francese, chiedo di fermarsi ché quelle povere anime certamente non sanno che devono farsi due ore di camminata per giungere alla meta! Appena apro il finestrino la signora si inalbera e si pone sulla difensiva “non abbiamo bisogno di niente! Non siamo stranieri!”. Il taxista parla uno stentato inglese col marito, il quale risponde in francese mentre la moglie parla con me in italiano: le comunico che Cisternino è a 8 km e che sono necessarie due ore di camminata. La signora inorridisce e si incazza maledettamente col marito “perché non hai guardato bene?! Avevi detto che c’eri già stato!” e prosegue con una serie di improperi dei quali capisco solo “merde”. Con la R moscia. Fa niente, salgono in macchina, il marito davanti e la signora dietro che comincia a inveire: incazzata come una biscia calpestata da un carro armato T-34, si giustifica dicendo che lei è italiana, vive vicino a Sestriere circa, il marito è francese ed è molto incazzata perché cercano sempre di fregarli in quanto stranieri “siamo italiani, noi siamo italiani e viviamo in Italia!”. Ok, la tranquillizzo, siamo tutti felici di essere italiani, va bene? E allora si sbottona: è incazzata perché il marito l’ha portata in Puglia e comincia a sputare addosso alla Puglia “mio marito mi ha detto che qua si sta bene perché c’è sempre caldo, invece non è vero! Fa freddo! Freddo! Sono tre giorni che mi sto congelando, non ce la faccio più! Mio marito vuole venire a vivere in Puglia per la pensione ma io non ci vengo, in Puglia fa freddo, e io ero convinta che facesse sempre caldo! Io qua non ci vengo, non mi piace, non è possibile vivere qua, che schifo!”. Io guardo il taxista che sta ascoltando e osservando tutto dallo specchietto, ho il TERRORE che si fermi e ci faccia scendere in mezzo alla statale, tutta curve e salite, dicendo “adesso scendete e tornate a piedi al vostro Norde!”. Invece ingoia il rospo e cerca persino di giustificarsi “eh si...un pochino fa freddo...ma è solo questi giorni...”. La signora si incazza ancora di più, dice che vuole un posto caldo, mi chiede se in Sardegna faccia sempre caldo perché valuterebbe di andarci a vivere per la pensione, rispondo che no, fortunatamente abbiamo ancora il maestrale, talvolta piove e in alcune parti persino nevica. Rimane delusa “no, allora niente! Voglio un posto che fa sempre caldo!”, la mia compagna di viaggio soavemente risponde “mia zia ha trovato la soluzione andando a vivere a Sal...”, la signora si illumina “ah si?! Sal?? E dov’è? È molto distante?”, intendendo distante dalla Puglia. La informiamo che Sal si trova in Africa, la signora di Sestriere inorridisce, espressione delusa e schifata e rimanda “ah no, in Africa no!”, e ci chiede dove viviamo. Con entusiasmo rispondiamo “in Piemonte!”: lo facciamo col sorriso perché anche la signora abita in Piemonte e crediamo di aver trovato un punto di unione...macché! Schifata ci risponde “ah ecco! Il Piemonte, che schifo! Bello solo per andarci in vacanza, uno schifo viverci, uno schifo proprio! Freddo, piove sempre, umido!”. E io a quel punto invidio l’aplomb del taxista che ci ha portato a Cisternino senza batter ciglio, senza neanche aver rallentato in una curva per scaraventare fuori la signora e il suo codazzo, e io che invece avrei voglia di urlare “MA ALLORA VATTENE A VIVERE A FANCULO CHE LÌ C’È SEMPRE CALDO!”, ma eravamo già arrivati. Il taxista accosta, guarda il tassametro e dice “sarebbero 28,50...ma facciamo 25, così se lo dividete vi viene un poco di meno a testa...”. La signora non fa una piega “ah noi paghiamo eh, noi paghiamo la nostra parte eh, paghiamo!”, consegniamo al gentilissimo taxista il dovuto, io elargisco anche un GRAZIE gigante in confezione regalo, con bacio accademico per la pazienta e virtù da lui dimostrata nel tragitto, e ci congediamo.
Perché vi ho raccontato questa storia? Perché il senso del viaggio non è trovare il difetto o il pregio del luogo in cui vai ma significa godere di ciò che trovi, farne la tua ricchezza, sorridere di fronte agli imprevisti e anzi, fare in modo che questi siano l’occasione per una risata. Sarebbe meglio partire con una valigia vuota e completamente nudi affinché ci si possa vestire e nutrire di ciò che il viaggio ci offre, e raccogliere le sorprese come delle gemme preziose e rare. Se vai a Milano per giudicare la sua nebbia e il suo caffè, sarebbe meglio che tu rimanga a casa perché non potrai mai scoprire la bontà del risotto giallo e la bellezza poetica dei Navigli. Se vai in Piemonte per lamentarti del freddo e della gente sgarbata, sarebbe preferibile rimanere a casa della nonna perché non potrai mai scoprire che in Piemonte ci sono anche delle isole, che devi prendere il battello per andarci e la gente basta solo guardarla dalla giusta prospettiva per scorgerne il sorriso. E se vai in Puglia e ti aspetti il sole cocente a gennaio non potrai mai apprezzare il vento tagliente che ti scompiglia i capelli portando con sé tutti i profumi di quel coriandolo di mondo; e mentre chiacchieri con la signora di Bari vecchia che ti fa assaggiare un tarallo dolce pensi che il freddo in fondo leviga tutto, anche il dialetto pugliese che diventa morbido e liscio come la neve di Bormio. È necessario cogliere sempre il lato comico, buono e costruttivo degli eventi, anche nelle situazioni più disperate e tragiche: solo così ci si salva, nella vita come nei viaggi. Ché una caduta può essere l’occasione per imparare a camminare meglio, una ferita puoi cucirla così bene da farne un ricamo, e il freddo intenso è bellissimo perché ti spinge ad abbracciare più forte chi ti sta a fianco per avere un po’ del suo tepore.
Ma infine: Cisternino è un bellissimo paese, un bijoux, e allora godetevelo e non scartavetrate i ¾ di gonadi, ché il freddo e una stazione deserta non potranno mai scalfire la Bellezza della Vita.