martedì 8 settembre 2020
Per un pugno di riso e risate
Stamane mi sono svegliata a Oristano con una sensazione di grande appagamento, complice forse la cena di ieri in un'osteria. E non parlo di un'osteria moderna ma di quelle vecchio stile, dove l'antipasto per una persona basterebbe a sfamare la caserma Gonzaga. Stamane il cielo era velato, scarto l'opzione relitto spiaggiato sulla battigia e opto per qualcosa di culturale, alla scoperta della penisola del Sinis. Vado a Tharros, sito archeologico sul mare, cornice incantevole di un mondo perduto. È tutto bellissimo anche se il cielo velato ha creato una cappa di umidità peggio che a Bangkok, giusto per non farmi rimpiangere il Piemonte. Nonostante la cappa di nuvole decido di andare verso la lingua di terra che collega Capo San Marco, la punta di questa penisola. Sto per evaporare e allora mi affido al mio classico rituale scaccia nuvole, collaudato in età infantile: ripeto per tre volte consecutive "nuvoletta, nuvoletta, vattene via in fretta!". Perdonatemi, ho avuto una madre maestra che mi ha insegnato una serie di idiozie: servivano a farmi stare buona in tenera età, quando sembravo una bambina normale. Il rituale non funziona, io sto per sciogliermi durante la salita, peraltro ho portato con me lo zaino con l'occorrente per il mare, sto per morire ma arrivo addirittura in cima alla Torre di San Giovanni e finalmente mi godo il panorama. Da qua tutto sembra piccolo, anche ciò che ti sei lasciata alle spalle, e a regnare è la leggerezza. Ci sono 30°, con l'umidità ne percepisco 84, mi sembra di essere nel deserto del Lut e allora rotolo verso la macchina per andare al mare. Vado a Is Arutas a godermi un piatto di riso: rimango ore ad accarezzare i cristalli di quarzo che formano la spiaggia. La natura è meravigliosa e ha molto da insegnarci: miliardi di chicchi di diversi colori rimangono stretti l'un l'altro fino a formare un insieme coeso di Bellezza; è questa la magia che noi umani non sappiamo realizzare. Spunta anche il sole ed io rimango ferma a godermi lo spettacolo dei riflessi del sole sulle onde. Sono sazia del mio pugno di riso, vado verso Oristano ma sento che manca qualcosa. Sulla strada c'è un piccolo paesino, San Salvatore del Sinis: sembra un villaggio abbandonato ed è stato set di qualche film spaghetti Western. Ho fortuna e trovo il custode della chiesa: mi spiega che è un villaggio religioso, non è mai stato abitato, le casette intorno alla chiesa sono "seconde case" di fedeli che le hanno costruite per rimanere in loco durante i festeggiamenti del Santo. Mi permette di scendere nell'ipogeo: dentro dei disegni del IV secolo d.C., la chiesa è stata costruita sopra questo tempio pagano, intorno al Seicento. Fuori dalla chiesetta tutto è vuoto e silenzioso, un paese fantasma che ha qualcosa di vivo: sono le voci di 3 bambini che giocano, rimasti qua con le famiglie dalla festa che si è conclusa domenica scorsa. Sono splendidi: una bambina biondissima, uno nero e riccioluto con l'aria da furfante e uno paffutello. Le loro chiacchiere e risate riecheggiano per tutta la piazza della Festa. Non si contendono un pugno di dollari ma un monopattino e un pallone. Il furfante non vuole dare il monopattino alla bionda, interviene il saggio "prestaglielo! Gliele devi prestare le cose alle femmine!", il riccio risponde con aria dispettosa "no, non glielo do!". Il saggio paffuto scuote la testa e commenta "tanto quanto sei adulto una te la devi sposare...dagliele le cose alle femmine!". Sorrido dei loro discorsi innocenti, delle loro corse nella piazza e nei vicoli, delle loro lotte per le attenzioni di una dolcissima bionda. In fondo che sia per un pugno di risate, dollari o riso, tutti inseguiamo qualcosa che ci viene negato.
lunedì 7 settembre 2020
Fra miniere e medaglie
Non conosco la parte occidentale della Sardegna, ci sono sempre passata di sfuggita, come quando stai andando altrove e devi attraversare un ponte, un lembo di terra che consideri sempre di passaggio. Stamane ho lasciato Sant'Antioco e ho preso la SS 126 sud occidentale sarda: è stato sorprendente vedere il variare dei paesaggi. Sono entrata nell'area mineraria della Sardegna, ho trovato questa zona ricca di fascino, con quelle miniere in disuso, sparpagliate lungo la statale come cocci di un bel vaso scivolato sulla terra arida e lasciati lì, come un monito per i viaggiatori e i curiosi. Mi sono lasciata catturare dalla storia di questo lembo di terra sarda e sono andata a Porto Flavia. Per arrivarci ho consumato gli pneumatici che avevo eroicamente fatto montare in Piemonte, rivestito la corrozzeria dell'auto di polvere rossa, percorso una strada sterrata idonea per il transito di caprette tibetane e rischiato di rimanere incastrata in un ponticello poggiato forse su un canneto. Ma è andato tutto bene: il tunnel per il trasporto dei minerali era affascinante, la guida cazzutissima, ma soprattutto il panorama che si gode dal piano ferroviario del porto è impagabile. Non ho mai visto Pan di zucchero da quella prospettiva e la vista vale tutto il prezzo del biglietto d'ingresso. Proseguo per la mia SS 126 sud occidentale e decido di andare a Cala domestica. Tralascio i miei litigi con la signorina di Google maps, riesco comunque ad arrivare alla meta e...il mare è agitato. Questo per me è un colpo al cuore, io che faccio il bagno solo quando il mare è piatto come un tagliere dell'Ikea, pertanto decido di fare snorkeling di terra, ossia esplorare i dintorni con la macchina fotografica. Tutto meraviglioso ragazzi, finché non vedo un buco su una parete rocciosa e un certo numero di persone che transitano al suo interno. Che faccio? Me ne privo? Quando ormai sono a metà scogliera mi ricordo che soffro di vertigini e che sto per svenire, ma un signore arguto intuisce tutto e da lontano mi urla esattamente dove mettere i piedi per raggiungere la parte "pianeggiante". È il mio eroe e come tutti gli eroi è alto, bello e no, non è vero: ha oltre 60 anni, capelli bianchi e un naso che fa provincia, ma per me rimane un eroe. Per me è una vittoria e il mio premio è bellissimo: una medaglia che profuma di mare selvaggio e meraviglia. E ora posso continuare la mia strada, ché le sorprese e le sfide si nascondono dopo una curva, ed io ho voglia di arrivare da dove son partita.
domenica 6 settembre 2020
L'isola di San Pietro e la signorina di Google Maps
Stamane il proprietario del B&B di Sant'Antioco mi ha dato la mappa e spiegato le bellezze della città fin dall'epoca romana. Sulla mappa ha segnato con orgoglio tutto ciò che potevo andare a vedere. Timidamente chiedo "e per andare all'isola di San Pietro?". Seccamente risponde "devi andare a Calasetta, prendi il traghetto e vai a Carloforte. Non c'è altro". Intuisco che l'isola di San Pietro non dev'essere la sua preferita. La strada che da Sant'Antioco porta a Calasetta probabilmente è carina se uno segue le indicazioni della signorina di Google maps, ma io e lei abbiamo litigato nei giorni scorsi all'altezza di Urzulei e da allora io seguo la strada alternativa. Prendo quella che dovrebbe essere una litoranea, la signorina di Google maps non la prende bene e non mi rivolge più la parola. La strada in effetti si affaccia sul mare ma la carreggiata è costeggiata da fichi d'India e canneti, perciò niente panorama marino...secondo me li ha piantati ieri sera la signorina di Google maps per farmi dispetto. La mia strada alternativa si rivela un concentrato di Ape car: ne incontro a decine, e finché sono nella corsia opposta va tutto bene, quando me le ritrovo davanti sono costretta a viaggiare a 15 Km/h. Riesco a prendere il traghetto da Calesetta alle 10:20, quando il traghetto esce dal porto mi assale la nostalgia: sto lasciando la Sardegna ed è qualcosa che mi tocca sempre nervi scoperti. Faccio pace con la signorina di Google maps e arrivata a Carloforte, le chiedo di portarmi alle Colonne. Quell'infingarda però mi dice di andare su una strada sterrata dove al massimo entra una bicicletta e un mulo magro senza sella, mi blocco sul bivio, la insulto, torno indietro e trovo un parcheggio sterrato. Mi accoglie un signore col Tavernello nella borsa frigo: è il principe del parcheggio, offerta libera dice, e mi indica la strada per andare alla spiaggia. Non voglio andare in spiaggia voglio vedere le Colonne, ma lui neanche sa dove sono le Colonne, mi dice di andare a farmi un bagno e non so dire se il senso delle sue parole fosse metaforico. Gli do le monete e comunico che tornerò nel pomeriggio: sono decisa a vedere le Colonne. Esco dal parcheggio e mi rendo conto che dalla parte opposta c'è un gran cartello con scritto "le colonne", lo dico alla signorina di Google maps che continua a volermi mandare nello sterrato, "prosegui dritto per 2 chilometri, poi fai un'inversione a U". Anche nel secondo parcheggio c'è l'offerta libera, ci sono due baldi giovani che ti dicono dove parcheggiare...ah sono abusivi?! Ohibò, lascio le ultime monete sulla loro sedia, a fianco c'è la borsa frigo con parecchie Ichnusa. Arrivo dopo una breve passeggiata a picco sul mare e vedo le Colonne, nel vederle un po' mi ricordano il Portogallo e l'Algarve, con quegli speroni che sbucano dall'acqua, steli enormi di un mare generoso. Respiro a fondo, sono contenta e mi è venuta fame...tonno di Carloforte vieni a me! Scelgo un locale non blasonato che mi ispira fiducia. Il proprietario mi propone tonno alla Carlofortina, rispondo "mmmhh...forse l'ho mangiato anche ieri a Sant'Antioco...quello col pomodoro?". Il signore, simpatico eh, mi guarda malissimo "anzitutto a Sant'Antioco non hanno la cultura del tonno, sei su un'isola che ha l'unica tonnara in Europa... Mi fai vedere la foto del piatto che hai mangiato ieri?". Il signore mi spiega tutte le parti del tonno: ventresca, tarantello, filetto, buzzonaglia, etc. mi rendo conto che è un esperto, ne parla con passione e orgoglio. Il suo disappunto nel vedere il piatto di tonno che ho mangiato ieri a Sant'Antioco è palpabile, come se avesse visto Mike Tyson in tutù. Infine, ne convengo col ristoratore: il tonno che ho mangiato oggi a Carloforte è migliore di quello di ieri e di sempre; lui sorride soddisfatto. E poi mi perdo nei vicoli di Carloforte che sanno un po' di Genova e di Tunisia, ma quando prendo la macchina e giro per le strade di quest'isola, selvaggia e sconosciuta, mi sento ancora in Sardegna. E il mare è quello unico e trasparente che circonda la mia terra: sono a casa.La giro tutta quest'isola così piccola eppure sorprendente e mi perdo mille volte nelle sue strade un mezzo al niente, fino ad arrivare alle tonnare e a vedere l'isola Piana.Chiedo aiuto alla signorina di Google maps per andare a prendere il traghetto per Calasetta, ma quella è ancora arrabbiata con me, mi dice di andare verso un molo ma io lo vedo bene che c'è il traghetto Delcomar pronto con tutte le auto in colonna. La signorina continua a dirmi "prosegui dritto poi la tua destinazione si troverà sulla sinistra", io la ignoro e mi fermo, non proseguo dritta, non vorrà mica insegnarmi a prendere un traghetto questa qua?! Il ragazzo prende distrattamente il mio biglietto, senza troppi complimenti mi dice di andare avanti e sono sul traghetto. Traversata soft e finalmente scendo e vedo le classiche ciminiere di Calaset...ciminiere??? Dove diamine sono?!? Accarezzo la signorina di Google maps, le chiedo scusa, lei (stronza) sghignazza e mi fa notare che sono un puntino blu lampeggiante sul molo di Portovesme. Ho sbagliato traghetto, la signorina aveva ragione. Le dico di portarmi a casa, gentilmente, perché non vedo l'ora di andare dal tipo del B&B e dirgli che Sant'Antioco non è bella come l'isola di San Pietro ma certamente è meglio di Portovesme.
sabato 5 settembre 2020
Del perimetro della Sardegna
Se decidi di partire dalla punta nord est della Sardegna per arrivare a Sant'Antioco e vedere il tramonto, hai due possibilità: attraversare la Sardegna in diagonale oppure fare il perimetro dell'isola, attraversando la 125 Orientale Sarda e la Sulcitana. Ovviamente ho scelto la seconda ipotesi. Percorrere la strada statale 125 orientale sarda è un'esperienza che non saprei catalogare. Dobbiamo sempre considerare che Google maps non si è ben inserito nella cultura sarda, pertanto la SS 131 d.c.n., ossia diramazione centrale nuorese, la signorina di Maps la pronuncia così "fra 300 metri svolta leggermente a destra e prendi Strada Statale 131 Dopo Cristo Nuorese". Non è una battuta, provate a prendere lo svincolo da Olbia per la 131! Ma io decido di prendere l'orientale sarda per vedere dove va a finire. Fino a Dorgali e Cala Gonone, la strada offre uno spaccato della Sardegna: spiagge, boschi, macchia mediterranea, rocce e piccoli centri abitati. Fra Cala Gonone e Tortolì il percorso diventa arduo: sei nel niente per infiniti chilometri, intorno a te profumo di mirto, lentisco e cisto. E basta. Improvvisamente la signorina di Google maps si sveglia e dice "fra 400 metri svolta a destra e prendi la strada comunale numero TantiCaxxi per Urzulei". Eh? Urzulei? Ma io non voglio andare a Urzulei, cosa ci faccio? Voglio fare tutta l'orientale sarda! E quindi vado dritta e proseguo per la mia strada. Aspetto il "ricalcolo percorso" ma no: la scritta è "assenza connessione dati". Da qua devi andare a sentimento, segui l'orientale sarda che, mal che vada, si collega alla strada sulcitana e andrà tutto bene. In questo tratto di strada non prende neanche l'orologio a cuccù, pertanto incrociamo le dita perché se foriamo uno pneumatico dobbiamo attendere che passi qualcuno. Sarà una strada trafficata? Fino a Baunei ho incontrato, nell'ordine: una mandria di mucche, un asinello che brucava a bordo strada, un vitello in una piazzola di sosta sterrata, un uomo a piedi con la divisa da guardia forestale e 2 bandiere dei 4 mori. Per fortuna avevo il pieno e non ho bucato e finalmente si arriva ad Arbatax: pausa ragazzi, foto alle rocce rosse che meritano una sosta. Da lì fino al sud dell'isola il panorama è piuttosto eterogeneo, cambia improvvisamente quando la 125 orientale sarda finisce e si entra nella sulcitana: molto meno aspro con ampi scorci sul mare, e ovviamente tante strade immerse nel nulla. Giusto un bagno sulle rocce che circondano Campulongu... Ma anche uno a su Giudeu già che ci siamo, che qua qualsiasi mare scegli cadi in piedi perché è tutto bello. E poi arrivi di corsa a Carloforte e siccome voglio esagerare vado a prendermi la prima discesa del sole a Cala lunga. C'è anche della sabbietta rossa, residui di corallo ma anche dei ricci di mare. Ma io voglio un tramonto che si rispetti, pertanto vado a Cala sapone e mi impertugio sugli scogli: e adesso me lo godo tutto, me lo bevo questo tramonto. Perché ho fatto tutto questo giro? Perché amo questa terra, le sue contraddizioni, il suo paesaggio incasinato che passa dalle montagne e arriva a picco sul mare, i nomi dei paesi che sono un trattato alla logopedia e i trattori carichi di fieno che ti fanno andare a 10 km all'ora.
venerdì 4 settembre 2020
Gommone VS yacht a Cala Luna
Ogni anno mi concedo un regalo, perché sono brava e me lo merito: un'escursione in gommone nel golfo di Orosei. Lo vivo sempre come un regalo perché ogni volta mi sento dentro un mondo incantato, trovi sempre qualcosa di inatteso che ti fa tornare a casa con uno zaino colmo di Magia. Io scelgo una delle tante compagnie che organizzano delle escursioni in gommone: costo 45 €, si esce alle 9:45, si rientra alle 17:15. Stamane la prima spiaggia che abbiamo visitato è stata Cala Biriola. Non c'è molto da dire, devi solo buttarti in acqua: è il primo bagno, goditelo e basta, perché dopo un'ora e mezza arriva il tuo gommone. Si prosegue, un tuffo nelle Piscine di Venere, poi si va a Cala Goloritzè, ma sulla sua spiaggia (per fortuna) è proibito attraccare, quindi buttati in acqua e fregatene della spiaggia, guarda l'archetto e pensa che la Vita è meravigliosa. Poi torni indietro e ti aspetti che si vada a Cala Mariolu, ma no, il nostro skipper è figo (in realtà è un tipico uomo sardo di 50 anni col monociglio) e ci fa vedere quanto sia affollata Cala Mariolu "tutti vogliono andare a Mariolu perché è famosa...vi porto dove c'è meno gente ed è bella come Mariolu". Ci porta a Cala dei gabbiani. Che dire? Gli skipper bravi ti portano nelle spiagge più fighe nelle ore in cui c'è poca gente: è meraviglioso godersi una caletta con tutto lo spazio vitale che di cui si ha bisogno e andare via quando sta per arrivare il formicaio. E aveva anche ragione il monociglio: Cala dei gabbiani è la gemella meno famosa di Cala Mariolu. Ci fermiamo per due ore e mezza ed io riesco a beccare l'ultimo pezzo di ombra per mangiare il mio pranzo. Ah, portatevi acqua e cibo: non esistono chioschi o altro, esiste il mare e nient'altro. E le scarpette da mare dovete portarle per forza, altrimenti andate a casa con due filetti alla griglia al posto dei piedi. E poi via, verso Cala Luna. Durante il tragitto ci si ferma per un bagno su un'altra piscina naturale e poi arrivi in prossimità di quella che è sicuramente la spiaggia più famosa della zona, con quelle grotte che sembrano dei fori per arrivare al centro del mondo. E da lì che vedi il mare, come una galleria che ti porta direttamente al paradiso. Sarà forse per questo che lo yacht di Jeff Bezos era ancorato proprio là. Consoliamoci ragazzi, mister Amazon avrà lo yacht più costoso del mondo ma della bellezza di Cala Luna possiamo goderne tutti: in fondo è una sorta di giustizia sociale. In ultimo, ci sono però delle cose che NON dovete fare: prendere le mini crociere con quei barconi che sparano musica di dubbio gusto (oggi uno aveva su Dragostea din tei) o affidarvi al Fai da te. Nei barconi ci vanno i pigri, visitano le spiagge più blasonate, sono lenti, non entrano nei pertugi come il gommone; affittare un gommone "fai da te" invece è consigliato anzitutto se avete un bel po' di soldi ma soprattutto se sapete guidarlo: se ne vedono tantissimi incagliati nelle rocce e negli speroni a pelo d'acqua. Ma soprattutto, fatevi un regalo, ve lo meritate, e abbiate rispetto delle meraviglie che vi dona questa terra: portatevi a casa i rifiuti e le mascherine piuttosto che lasciarle a Cala Luna, ficcatevele nel c...ulurgiones.
giovedì 3 settembre 2020
Delle assenze di un paese fantasma
Oggi sono andata con mia madre al cimitero per salutare mio fratello. Che la perdita di un figlio sia innaturale è confortato anche dall'assenza di un termine linguistico per indicare questa condizione. Mia madre piangerà su quella tomba fino all'ultimo giorno della sua vita, finché avrà lacrime andrà su quella tomba a parlare con mio fratello e piangere con lui. So perfettamente che Jons non c'è più, che dietro quel marmo c'è solo una cassa di legno e nient'altro, ma siamo umani, fragili e sognatori, e per me quella foto con quelle date di metallo scuro, sono la nuova casa di mio fratello. Vado a trovarlo e gli racconto cosa c'è di nuovo: ci pensi che ora andiamo in giro tutti mascherati e non è neanche carnevale? Ci pensi fratello che un leghista spopola in Sardegna? Si, un leghista, di quelli che ci buttavano la merda addosso... Io ci parlo e mi illudo che possa sentirmi, e spero che sorrida delle mie storie ridicole. Mia madre si dispera, piegata su quella tomba piange la sua mancanza, il suo dolore di madre abbandonata. E nel vederla così, tutto mi risulta vuoto, come qualcosa che non può essere colmato, mai. La fortuna è che la mia famiglia è un clan che occupa un intero paese, perciò torni a casa e trovi cugini, nipoti, figli di cugini, cognati, nuore e tutta una truppa di gente che ti aspetta. E loro lo sanno di cosa hai bisogno, non devi spiegare come stai, te lo leggono fra le ciglia bagnate. E allora stanno lì, a raccontarti gli aneddoti di un paese minuscolo che neanche esiste su Google maps, delle cose nuove che sono accadute "da quando tu sei andata in continente". E sono loro che ti salvano, quelli che ti prendono per mano e ti fanno sorridere, e in loro trovo conforto, in quelle risate pulite di quei ragazzoni che mi ricordano mio fratello, e come lui parlano e ridono, trascinandoti nel loro mondo. Ed è un mondo bellissimo questo, di un paese con i loro rancori ma anche con le mani tese, di pettegolezzi ma anche di una solidarietà estrema, dove c'è sempre chi riempie un recipiente rimasto vuoto troppo a lungo. In fondo è qua che riesco a lenire le assenze, qua fa tutto meno male.
mercoledì 2 settembre 2020
Di distanze e maschere
Oggi non vi parlo del mare o di cosa io abbia fatto di meravigliosamente interessante o noioso ma di come la Sardegna ormai sia associata al Covid come un tempo lo era Codogno. Prima di partire le colleghe mi hanno suggerito gentilmente che potevo andare in vacanza altrove "perché non la Toscana? Si sta bene sai... Beh, però la Liguria è più vicina... E ma nelle Marche si sta un incanto eh!". Ho spiegato che stavo tornando a CASA MIA visto che a causa del lockdown non sono potuta andare prima e onestamente dopo 8 mesi che non vedevo mia madre, magari era legittimo andare in Sardegna. Beh, non è stato molto compreso questo mio bisogno, pertanto i messaggi pre partenza sono stati "mi raccomando cerca di tornare, fai in modo che non ti blocchino in Sardegna...magari ti mettono in isolamento al rientro...sicura che non devi fare il tampone quando torni in Piemonte?". Allora, io sono una persona calma, possiedo anche un briciolo di buon senso e razionalità, e nonostante tutto continuo a non capire questo terrorismo ignorante: sembra che tu sbarchi al porto di Olbia e tanti piccoli virus ti entrino dal finestrino della macchina, stile ninja, che prendi una boccata d'aria in mezzo alle sughere e ti entra nel naso il coronavirus. Ovviamente l'ondata del turismo, la riapertura dei tanti locali della movida, la pessima organizzazione istituzionale ma soprattutto il comportamento irresponsabile dei molti, ha reso possibile l'espansione del contagio. A me viene da pensare che non possiamo accusare un albero sano di essere stato divorato da un insetto letale. E oggi ho raggiunto il culmine: alcuni membri delle famiglie che seguo hanno preteso che prima di rientrare in servizio, io faccia il tampone. Ed io lo farò: per lavoro ho fatto sia il tampone che il sierologico, e sempre per lavoro indosso la mascherina anche per 10 ore consecutive. Ho passato 3 mesi e mezzo a lavorare da casa, sto attenta ad ogni minimo contatto umano e credo sia doveroso, utile e sacrosanto che ciascuno di noi faccia la sua parte in questo periodo storico estremamente delicato. Quando però mi viene preteso che io faccia il tampone solo perché sono in Sardegna, allora mi sale il crimine, anzi no, mi sale proprio l'Isis. Perché sto andando in Sardegna, non in un reparto Covid senza indossare dispositivi di protezione, perché ho più possibilità di prendermi il Carognavirus facendo il mio lavoro, chiusa in una stanza con 6 persone, che in mezzo alle pecore di mio padre. E in ultimo, avete rotto i coglioni con sta storia che chi torna dalla Sardegna ha per forza contratto il Covid, ché non te lo becchi in spiaggia se il tuo vicino di asciugamano è un cespuglio di lentisco. E non te lo becchi neanche se vai in gommone a Tavolara se tieni sul muso la mascherina e stai a distanza. In Sardegna, così come nel resto del mondo, è necessario tanto buon senso e un po' di fortuna per non essere contagiati, pertanto al mio rientro farò il tampone ma sarebbe giusto farlo anche a chi rientra dall'Isola d'Elba, da Lerici, da Pachino, da Cesenatico a da Culonia Saudita. Perché, sapete, gli stolti poco rispettosi, convinti di essere supereroi immuni al Covid, ci sono ovunque, sia in Costa Smeralda che a Riccione. E mi auguro che tutti siano stati attenti come me: indosso la mascherina sempre, la tolgo solo quando sono in spazi aperti e intorno a me c'è il vuoto. Se apro la porta di casa non mi entra dentro un virus saltellante ma al massimo i cani di mia cugina. Se vado in spiaggia mi trovo un posto isolato, non sento la necessità di andare nelle mega spiagge blasonate: il mare qua è tutto bello e di spazio ce n'è a sufficienza per tutti. E mi concedo anche un aperitivo vista mare, in quei locali dove c'è rispetto per le norme in vigore e andando quando non c'è troppa gente. E no, non merito un encomio ma questo è ciò che dovremmo fare tutti: non serve alcuna laurea ma solo buon senso e rispetto. E in ultimo: lascerò mia madre senza averla mai abbracciata, per tutelarla, per proteggerla, e questo non te lo perdonerò mai Coronavirus di merda.
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