Prima però un ultimo sguardo a questa città che sa di salsedine e caos. Epperò è anche un pochino in bilico eh, come vi viene di costruire proprio sotto quella montagna che non è l'emblema della stabilità.
Io vivrei con l'ansia perenne che potrebbe crollarmi addosso proprio mentre sto mangiando una granita e brioche col tuppo. Ma forse è questo il fascino della precarietà che ci affascina tanto. E poi niente, Sara vuole fare un bagno prima di partire, e che fai? Glielo impedisci? Sia mai! Puntiamo verso Isola delle femmine, che magari mentre lei fa il bagno io trovo qualcuna sdraiabile, ma ne dubito fortemente. La strada è costellata di tentazioni, così viriamo verso Santa Flavia, precisamente nella Caletta Sant'Elia. Il borgo piccolissimo sa di finestre aperte, dei colori dell'acqua, di gabbiani in attesa, sa di mare ma senza troppa gente. L'acqua ha creato un'insenatura, con pazienza e perseveranza, fino a toccare il paese con un tentacolo verde. E loro si buttano dalle scale, nuotano e si divertono. Sarà che è l'ultimo giorno e sono un po' malinconica ma starei ore a guardare questi ragazzi felici dentro queste acque di smeraldo. E invece no, tocca andare via, ci sono delle scale, manco a dirlo: e me ne guardo bene dal salirci, me ne sto a debita distanza, che c'è una spiaggia che ci aspetta. E sapete dov'è Isola delle femmine? Si esce a Capaci, in questo posto che è un brivido, una scossa che ti porta indietro nel tempo. Sotto questa uscita c'è il giardino della memoria, con due grandi obelischi e quei nomi che si vedono anche attraverso i guardrail. È doloroso questo posto, è incolmabile questa voragine che è stata tristemente riempita di colori, parole e date. Intorno c'è il verde brillante di queste colline e un puntino bianco: si deve zoomare tanto per capire che è un grido. Ripartiamo e Sara perde la pazienza al volante. Diciamo che non l'avevo preparata bene alla guida "sportiva" di alcuni siciliani, di questo uscire dagli Stop alla SperinDio, che escono così, a sentimento, senza guardare, ché tanto lo sanno che qualcuno si ferma. Non glielo avevo detto che per guidare qua in alcuni casi non serve la patente ma il porto d'armi, unitamente alla sacra indulgenza. Ma finalmente arriviamo in spiaggia, in questo mare di cristallo: c'è poca gente e io non farò il bagno ché per me in acqua si entra quando ci sono almeno 40 gradi. Sara si, lei è mezzo tedesca e va tranquilla come se l'acqua gelida fosse una Jacuzzi termale. Ma a voi non viene fame al mare? Cioè, questo stare sdraiati al sole, a rosolare come un kebab, non vi mette appetito? Beh, a noi si, tanto per cambiare, e allora vado nell'unico locale aperto in spiaggia a prendere un panino. Costo di un panino: 14 euro. Dettagli. Però era buono. Finisco di mangiare, dormo, e poi è ora di andare in aeroporto. Prima cerco un cestino per buttare il sacchetto del pranzo. Non ci sono cestini in tutta la spiaggia. La percorro in lungo e in largo e di traverso, vedo solo tanti sacchetti legati e gettati ai bordi della spiaggia. E camminando arrivo al locale che mi ha venduto i panini: non c'è un cestino fuori dal locale. Finisce che consegno il sacchetto al cameriere pregando di buttarlo nei loro sacchi dell'immondizia. Mi ha guardato come se avessi dei pupazzetti appesi in faccia. E nel tragitto del ritorno pensavo a questo: a tutta la spazzatura che ho visto per le strade delle città. No, non voglio dire che il Nord è un gioiello: sono sarda, isolana anche io e la spazzatura esiste ovunque. Però mi ha colpito che in tutti questi anni non è cambiato niente e ho trovato spazzatura ovunque, anche nella Valle dei Templi, anche nella Scala dei turchi. E si, amo questa terra, ci ho vissuto e mi fa male vederla così. E no, non è un'accusa ma un desiderio di capire: perché? Si, è vero, io ho fatto km per buttare un sacchetto dentro un cestino, che non ho trovato, ma non l'ho buttato in spiaggia per protesta. Non credo ci sia una colpa univoca, non credo che i siciliani siano sporchi, non so se sia una questione di educazione o di cultura, credo solo che questa terra, così bella, così ferita, abbia solo bisogno di una sola cosa: un po' di amore in più. Di quell'amore unico che si prova per la propria terra, per le proprie radici, che ci spinge a fare il meglio per renderla migliore. E la rivoluzione può iniziare anche dal rendere pulito il proprio metro quadro: se lo facessimo tutti, il mondo sarebbe un grande giardino. L'ultima immagine della Sicilia che ho nella galleria è questa: una lastra altissima e fredda, a ricordarmi che in questa terra ci sono persone che hanno lottato e ancora lottano per renderla un posto ancora più meraviglioso.
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