lunedì 30 settembre 2013

Storie di lacrime e sorrisi nelle stanze di incontri

Lo ammetto con un po' di vergogna: sono sempre stata una secchiona. A scuola ero la più casinara ma anche la più secchia di tutti. Sarei stata lo zimbello della classe se non avessi avuto una dose di infinita imbecillità rigogliosa in me, rendendomi talvolta simpatica quanto una ginocchiata allo sterno. Londra ha il merito di avermi fatto sentire una perfetta ignorante, anzitutto per la lingua che non riesco a deglutire, e poi per i meccanismi, i modi e la cultura che mi sono totalmente sconosciuti. Ma sono sempre la secchiona di turno, ergo cerco di mettermi al passo di questa bolgia cosmopolita. La questione delle meeting Rooms dove avevo appena lavorato aveva leso la mia autostima in maniera indelebile. Quando tornai a casa dal lavoro mi buttai sul computer e chiesi a Google delle mie brame qualcosa in più di queste stanze di incontri. Sentii improvvisamente che la mia ignoranza era profonda quanto la fossa delle Marianne e non quanto il lago Coghinas. L'indomani andai a lavoro con l'intento di colmare questo vuoto di conoscenza agghiacciante. Appena arrivata le receptionist mi accolsero col sorriso da paresi cronica che è appannaggio di queste splendide creature preposte all'accoglienza. Manuel mi informò che avevamo pochi meeting quel giorno. Annamo bene, pensai, già ieri ho avuto il tempo di leggere anche gli ingredienti dei muffins al cioccolato e del disinfettante nella cassetta del pronto soccorso, oggi avrò il tempo di leggere persino l'etichetta degli slip e di contare quanti granelli di detersivo poteva contenere una pastiglia di Finish lavastoviglie. Ma ero intenzionata a conoscere il mondo sommerso delle meeting Rooms, e così feci delle domande a Manuel, il quale capì subito la mia curiosità e cercò di soddisfarla. In verità non è che in queste stanze di incontri si decidessero le sorti del mondo: gli uomini e donne che entravano lì dentro erano comuni lavoratori di qualche azienda, incontravano nuovi o potenziali clienti per vendere, proporre, acquistare, gestire o ideare un nuovo prodotto, attività o collaborazione. Spesso erano colloqui di lavoro per grandi aziende, dove i possibili candidati si avvicendavano per accaparrarsi un lavoro di prestigio. Mi disse anche qualche nome famoso della finanza e industria inglese, ma mi risultavano sconosciuti, visto che per me l'inglese più illustre rimane comunque David Bowie insieme a Kevin Keegan. Vista la mia faccia sorpresa, Manuel mi chiese se le meeting rooms esistevano anche in Italia. Certamente esisteranno, dissi, ma io non ne sono a conoscenza. Ah capisco, rispose, in Italia ci si incontra nelle "bunga-bunga rooms", ed rise. Lo avrei fiocinato quel colombiano anomalo, dalla pelle talmente chiara che era lecito chiedersi se la mamma avesse fatto collezione di relazioni extra coniugali con i tre quarti di stalloni svedesi. La giornata si svolse con la noia che perforava ogni mio poro tra un thernos di caffè e l'altro. Gli uomini strangolati da una cravatta e le donne in bilico su tacchi a spillo si succedevano nelle stanze. Li osservavo: quel posto non era affatto diverso da un bordello. Entravano, mezz'ora o un'ora di amplesso, poi uscivano, entrambi sorridenti ma uno dei due fingeva. Uno sorrideva perché aveva appena spacciato l'inserimento di Jelly Beans frizzanti dentro una salsiccia come la scoperta del secolo. L'altro sorrideva perché comprando un prodotto da pattumiera era convinto di aver fatto un buon affare. Le donne erano le più splendide in assoluto. Non riuscivano a fingere il disappunto o la delusione, e salutavano il malcapitato con uno sguardo che avrebbe incenerito anche Mazinga Z. Eppure fingere in quelle circostanze sarebbe stato forse più diplomatico...peraltro noi donne siamo avvezze a fingere una faccia orgasmica stile Lady Godiva anche quando il piacere estremo non ci sfiora. Oh no, ragazze, non fate quella faccia, su! Non ditemi che non avete mai finto col vostro compagno di materasso neanche una volta, orsù! Almeno una volta (è magari fosse solo una!) è successo a tutte di fingere l'apoteosi dei sensi, facendoci venire la raucedine a forza di ansimare smodatamente come se stessimo partecipando alla StraMilano. E abbiamo tutte fissato il soffitto pensando di ravvivarlo con una mano di vernice color pastello che si intonasse bene con le tende. Io l'ultima volta fissai così tanto il soffitto che mi accorsi che c'erano delle ragnatele fra il bulbo del bastone della tenda e l'anta superiore dell'armadio. Per fortuna avevo la tracheite e non ebbi bisogno di spolmonarmi più di tanto nella sinfonia di vocali oh-ah-oh-ah, mentre la nemesi di Rocco Siffredi si sperticava in acrobazie orizzontali, con l'agilità di un toro nelle sabbie mobili. Però l'indomani comprai una scopa a punta per le ragnatele e un chiodo; dove appesi la patata, imperituramente. Ma queste donne erano cazzute quanto John Holmes, non avevano bisogno di fingere, ti sparavano sul viso la loro insoddisfazione, prendevano la loro 24 ore e si portavano dietro la loro straordinaria sicurezza in una scia di profumo sensuale e ammaliante. No, quel posto non era diverso da un bordello: ciascuno entrava in una stanza per comprare o vendere qualcosa con la consapevolezza che di caldo in quella stanza c'era solo il mio caffè. Mi avvicinai di più allo staff per cercare di capire con che occhi loro vedevano tutto questo. Le due receptionist erano due splendide creature, ogni volta che mi chiedevano qualcosa era un susseguirsi di please, sorry, thank you e apologize, nonostante mi stessero chiedendo qualcosa che era solo il mio lavoro. Marianne era una goccia di latte con gli occhi verdi che brillavano fino a riempire tutta la hall, scozzese, 26 anni, neo laureata, avrei scommesso che era una di quelle bambine che da piccola faceva il punto croce e andava al catechismo sperando di potersi rannicchiare nell'angolo lontano della stanza mentre gli altri intonavano un Gloria Patri, Di quelle donne che pensi che siano state create per materializzare sulla crosta terrestre la fragilità femminile. L'altra si chiamava Setayesh, iraniana, nascondeva male la sua pelle olivastra sotto una corposo strato di cipria chiara. Aveva la mia età, bella e sorprendente come un trompe l'oeil quando se ne scopre lo spessore, e quando sorrideva sembrava che quella bocca non potesse fare altro nella vita. Era l'unica che capivo subito e al primo colpo: si rivolgeva a me con tutta la flemma di cui era capace, scandiva le parole perfettamente ed io potevo finalmente capire quando finiva una parola e ne iniziava un altra. Gli altri parlavano velocemente ed io ero costretta a difendermi con un “Sorry?”, loro ripetevano la frase come se stessero insegnando ad un infante a dire m-a-m-m-a, c-a-c-c-a, p-a-p-p-a. E urlavano nel ripeterlo, come se alzando di 3 toni la voce riuscissi a capire meglio, ignorando che non capire l'inglese non significa essere sordi. Setayesh invece aveva capito tutto e si rivolgeva come se il mondo non avesse fretta e impiegava tutto il tempo necessario per dire una frase che gli altri avrebbero liquidato in 2 secondi e mezzo. E poi c'era Dulcinea, che era quella che aveva il turno più lungo là dentro, era l'ultima ad andare via, ma l'aveva scelto lei e aveva diritto a tutti i break che voleva, oltre al fatto che veniva aiutata da tutti a svolgere il suo lavoro di “cleaner”: puliva tutto, dai vetri alla moquette, dalle tazze del caffè alle scrivanie dei dipendenti. Quel giorno ero particolarmente annoiata, pochi meeting e io avevo finito di leggere anche le istruzioni per l'uso della macchina del caffè, in tutte le lingue, ovviamente. Perciò presi un panno in microfibra dal carrello di Dulcinea, svuotai i pensili del back office e li pulii da cima a fondo. Quando mi accorsi che Dulcinea era sulla porta che mi guardava, io ero impiccata su una sedia cercando di pulire l'ultimo ripiano dove erano stipate 473 varietà diverse di ottimo the. Cominciò a parlare, mi chiese delle cose, parlando un po' in spagnolo, un po' italiano e un po' in inglese. Mi guardava come se fossi lo spettro di Nessie che usciva dal pelo dell'acqua. Si sorprese quando le dissi che ero sarda e si chiedeva come potessi resistere in un posto come Londra, dove il sole è familiare quanto una geisha in Vaticano. Esplose in una risata quando le dissi che mi piaceva studiare. La guardai bene in quella risata e mi accorsi che le mancavano due incisivi nell'arcata inferiore e un canino in quella superiore. Quasi avesse intuito la traiettoria dei miei occhi si mise una mano sulle labbra e disse che non rideva quasi mai perchè le mancavano dei denti. Mi sentii colpevole come se avessi rubato un gelato ad un bambino, cercai di dirle che non era importante, che era comunque bellissima (il ché era vero) e mi disse che li avevi persi per via dell'ex marito. Aveva divorziato dopo l'ennesima lite dove lui l'aveva presa a pugni facendole cadere tre denti, spaccandole il naso e altre cose che non capii. Mi sentii come se avessi avessi fatto cadere un litro di sangue sopra un tappetto immacolato. Restai in silenzio, tenendomi dentro una valigia ingombrante di parole in italiano, senza riuscire a tradurle in un suono che somigliasse all'inglese. Se ne accorse ed esplose in un'altra risata, senza coprirsi la bocca, rovesciando la testa all'indietro come se quella risata contenesse la potenza di un geyser, che esplode fisiologicamente, perchè è necessario che esploda. Mi disse che era tutto finito, che ormai non le faceva più male, che aveva un compagno qua a Londra, che stava bene. Don't worry darling, disse, ho fatto bene ad ablar con tu, tu comprendi me, tutto perfecto e io contenta. E se ne andò ringraziandomi per svolgere anche una parte del suo lavoro (una parte infinitesimale, aggiungo io), trascinando con se la sua gonna scozzese, la camicia stretta su un seno prorompente, pronto a esploderle sul collo se non avesse tenuto aperti i primi due bottoni. Svolazzava col suo carrello da infermiera in quel corridoio lungo e bianco, canticchiava, ondeggiando con la testa, quasi volesse buttare dietro di se una storia infelice. E del resto è prerogativa delle donne fare dell'amarezza un fardello da legare stretto con lo spago di un sorriso, e buttarselo alle spalle, così come facciamo con un foulard annodato male. Avrei voluto scoprire altro di quel posto, le storie che si celavano dietro quel velo di ovatta, scoperchiare tutto per scoprire che dietro una splendida facciata esistono anche lacrime e tristezza, ma quello era il mio ultimo giorno di lavoro. Smontai la macchina del caffè: i meeting alle 19 finiscono e i businessman finiscono il loro lavoro. Alcuni di essi li puoi rivedere all'uscita, seduti al pub dell'angolo con una pinta di birra grande quanto una cisterna, con la cravatta legata in vita, come se quella presunzione fosse rimasta incollata alle pareti di una meeting room chiamata Florence. In quel posto non potevi mai accorgerti che qualcuno entrava o passava davanti al back office del caffè: era tutto coperto da uno strato gigantesco di moquette color pantegana che attutiva ogni rumore. Se Dulcinea avesse rovesciato il suo carrello di tazze e cristalli su quella moquette soffice, avrebbe fatto più rumore la sua risata che il fragore del vetro. E così mentre avvolgevo il filtro della macchina in un canovaccio immacolato e asciutto, sentii un colpo di tosse alle mie spalle. Che cazzo, pensai, in questo posto non potrei mai scaccolarmi in santa pace, mi ritroverei qualcuno dietro a contare la consistenza delle mie secrezioni nasali. Era Setayesh “Sorry...darling, would you be able to please work till the rest of the week for us?” Questo è quello che riuscii a capire, forse, ma non ne sono certa. Però capii il senso e dissi Yes, sono available. Lavorare per il resto della settimana...yes, ok. Avrei voluto chiederle perchè. Perchè anche il resto della settimana? Non doveva tornare la ragazza? Stava male? Mi stavo traducendo le parole da dirle ma lei mi spiegò che la ragazza stava ancora male e che sarebbe tornata la settimana successiva. Mi disse che piacevo a tutti (a tutti...chi?? E perchè??) e che mi ringraziavano tantissimo per l'aiuto che stavo dando (ma quel posto ruotava intorno ai miei caffè?? Ma anche no!) e che era felice di vedermi l'indomani (manco fossi Camilla, che tutti la vogliono e nessuno la piglia). Dissi solo thank you. E basta. Mi guardò come se volesse togliermi la faccia da imbecille che avevo indossato per l'occasione e mi disse “your smile...”...eh?! che cosa ha il mio smile? Il mio sorriso piaceva a tutti, era quella la mia forza, disse, e se ne andò col suo impermeabile nero e la cartella che le danzava a fianco. Che cazzo ha il mio sorriso?! Presi il thermos argentato del caffè e mi specchiai nel coperchio: ho un sorriso da imbecille, ho anche gli incisivi un po' distanti, forse anche troppo grandi, ho un sorriso cazzaro che quando lo vedi pensi che appartenga ad una cretina integrale, senza conservanti. Uscii contenta per non so quale ragione, o forse solo perchè quel posto era una fucina di storie e un susseguirsi di scoperte, ed io sono avida di vita vera. Incontrai al secondo piano Dulcinea, chiusa dietro la porta a vetri che passava il Vetrill col Financial Times, si appese a un'anta e mi urlò che non ero più “la ragazza del caffè” ma ero diventata “la ragazza italiana sorridente” e mi salutò sventolando il foglio del giornale. Ero contenta: nonostante il cambiamento, il salto enorme che avevo fatto nel venire in questa giungla di metropoli, non avevo perso quella cicatrice assurda che contraddistingue il mio volto: il sorriso. E me lo portai a spasso nella strada che mi portava alla Tube, pensando che in fondo questi denti irregolari e queste labbra sono sempre stati i miei migliori compagni di viaggio. E non mi importa se a volte piango: ogni sorriso va innaffiato di lacrime per poter crescere al meglio. Quella sera, sorridendo, tolsi un chiodo dal muro e cucinai patate. 

7 commenti:

  1. ....E vacci piano con le patate..!

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    1. Perchè?! Non contengono sostanze nutritive buone?!?! ;)

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    2. EJA ! GIÀ LO CREDO, AI !

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  2. E' normale trovare sudamericani con pelle candida, che sono sudamericani da generazioni. Sopratutto quelli che provengono dalla sierra. Gli europei spesso ci identificano solo con quelli della costa, che sono quelli più scuri ...

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    1. Lo so, volevo sfatare questo luogo comune infatti...il mio manager sembra norvegese!!!

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  3. Mi hai fatto commuovere...
    Buona giornata Sfiggy!
    Daniele

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    1. Nel prossimo post spero di farti sorridere :)

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