venerdì 4 ottobre 2013

Siamo noi i tunisini e gli albanesi che scappiamo con un volo low cost

Ieri sono andata a lavorare nelle stanze degli incontri, o le meeeting rooms se volete che lo dica in inglese. Avevo comprato una scorta di quotidiani, a parte il Financial Times che lo passa di default la compagnia per la quale lavoro. Avevo letto le news sul governo italiano: tutti i titoli erano concordi sull'umiliazione di “tycoon Silvio Berlusconi”, tradito dai suoi stessi burattini. Il mio manager Manuel ha fatto una battuta che non ricordo sull'argomento. Verso mezzogiorno Setayesh, la receptionist, entrò nel mio back office e disse “Come here”. La seguii e mi portò davanti al maxi schermo appeso nella hall. Quella TV rimane sempre accesa, senza audio per non disturbare i businessman che confabulano nelle loro intime riunioni, ed è sempre sul canale all news della BBC. Sullo schermo c'era la scritta “live” ad indicare una diretta. Erano in Italia e sullo sfondo si vedevano uomini raccolti dentro sudari che sembravano di plastica, come spazzatura, pronti per andare in un altro inferno. Guardavo e non capivo le parole, ma non serviva: le immagini erano molto eloquenti. Pochi minuti dopo è arrivato Manuel e Marianne, l'altra receptionist, si sono fermati. Anche loro in silenzio. Poi è arrivata la mia boss, irlandese. Eravamo tutti in silenzio. A Londra si impara ad essere composti anche nel dolore. Marianne ha sussurrato “Oh my God” e aveva gli occhi lucidi. Io avrei voluto essere là, in Italia, per piangere sulla mia terra, per lavare con le lacrime quel dolore di quel bambino, di quelle donne e uomini che cercavano la libertà e si son trovati dentro una galera del mare. La mia boss mi mise la mano sulla spalla, mi ha detto qualcosa, ma non capii, non importava, voleva dirmi che le dispiaceva, ne sono certa. Gli uomini in abito scuro, legati al guinzaglio della loro ventiquattrore, cominciavano a entrare. Vedendoci davanti allo schermo si fermavano. La parola “God” usciva anche dalle loro bocche, e si fermavano a commentare. Tornammo ognuno ai nostri compiti. Dopo mezz'ora ci ritrovammo di fronte allo schermo, le receptionist, Manuel, la Boss e io. Eravamo tutti “stranieri” a Londra: Manuel è colombiano, Setayesh iraniana, la Boss irlandese, Marianne scozzese di padre slavo, e io, italiana. Passò Bryan, un ragazzo inglese che si occupa del mercato italiano e cura a distanza la filiale italiana della compagnia. Conosce tutto dell'Italia, meglio di un italiano medio. Disse qualcosa a proposito delle polemiche. Non capii, dissi “Sorry? Can you repeat?”. E disse che alcuni esponenti politici, della Lega per la precisione, avevano polemizzato col ministro Kyenge e la Boldrini perchè rendono l'Italia appetibile per gli immigrati. Qualcosa del genere. Manuel disse “Silly people!”. E non potevo darle torto, la stupidità dilaga e ne arriva notizia fin oltre le Alpi. Bryan proseguì e con la precisione di un chirurgo espose la situazione italiana, la legge Bossi-Fini, il reato di clandestinità, la situazione economica e politica del paese, e una sorta di razzismo che è nascosto nell'italiano medio. Capii perfettamente e me ne vergognai. Un impiegato che passava lì per caso disse “Ma proprio l'Italia è così ostile?”. Come dire: proprio l'Italia, che ha invaso Londra da sempre, e ha invaso tutta l'Europa di migranti in cerca di fortuna? E io mi sono vergognata, e avrei voluto difendere la mia terra e spiegare che non tutti sono “silly people” e non tutti sono razzisti, e un miliardo di altre cose che mi stanno facendo esplodere di rabbia in questo mese di permanenza a Londra. Ma non sapevo dirlo in inglese, e Setayesh ha intuito i miei pensieri e ha detto lapidaria “Non tutti gli italiani sono uguali, non tutti gli iraniani sono uguali e neanche tutti gli inglesi sono uguali”. E sia Bryan che l'impiegato rimasero inceneriti da quella risposta secca, da quegli occhi neri che si sono infiammati al mio posto. Ed io avrei voluto piangere di rabbia. Una immensa e dolorosa rabbia che mi assale dal 4 settembre, dal giorno in cui ho messo piede in questa città smisurata che si chiama Londra. E ogni giorno devo dimostrare che io non sono come Bunga-Bunga man, che io non sono come gli squatter italiani che occuparono le case sfitte in un qualsiasi quartiere di Londra, che io non sono spaghetti-pizza-mafia, che non sono razzista e non sono omofoba. Provengo da un paese meraviglioso che ha partorito geni assoluti dell'arte e della cultura, da Caravaggio a Leonardo, da Galileo a Dante, abbiamo tanta di quell'arte e di quella cultura che potremo vivere solo di quella e sfamare il mondo intero con le nostre opere ineguagliabili, dei quali andiamo fieri, anche se sono in mano a un nugolo di pagliacci che stanno in panciolle mentre tutto va al rogo. Ma siamo un paese meraviglioso senza memoria storica: abbiamo il negazionismo nel DNA, neghiamo le atrocità del fascismo così come l'emigrazione post bellica con le valigie di cartone legate con lo spago. Siamo un paese di migranti, da sempre: quando ero bambina i miei zii partirono in Germania, vedevo i miei nonni aspettare una telefonata in un centralino pubblico e uscire dalla cabina con gli occhi rossi. Poi sono tornati, come tanti, con un po' di soldi in più, una moglie, un figlio e tanta strada ancora da fare. Come un foglio di carta carbone che sbadatamente ho gettato nella mia strada, mi sono ritrovata a ricalcare le orme dei miei zii, anche se la rotta è stata Londra e non una pizzeria di Francoforte. Non sono andata via perchè non amo l'Italia ma perchè la amo troppo, e mi distrugge vederla ridotta in brandelli da una politica insulsa e nauseabonda. Andare via dall'Italia significa sentirsi rifiutati, come una madre che scaccia dal suo seno il proprio figlio. E non importa se tutti sappiamo che non è una buona madre: rimane quella alla quale vorremmo tornare, come un figlio con la sindrome dell'abbandono. Perchè siamo stati sputati fuori dalle fauci di questa nostra patria come caramelle dal gusto amaro e cattivo, incapaci di dare piacere ad un paese che è saturo di noi. E siamo andati via pur di non perdere la nostra DIGNITÀ di lavoratori, perchè ci siamo ritrovati a 40 anni con uno stipendio che non copre il budget della spesa mensile per la carta igienica e il tonno in scatola per campare. E siamo andati via perchè ci siamo laureati col sudore, abbiamo intascato il nostro 110 e lode, per poi ingrassare l'illustrissimo corpo dei precari italiani, da 700 € al mese. E abbiamo chiesto OSPITALITÀ nei vari paesi europei, americani, asiatici e ovunque nel pianeta. E qualcuno è emerso e ha così dato lustro all'Italia, ma qualcun altro non ha contribuito ad un'immagine positiva degli italiani nel mondo. Mentre Rita Levi Montalcini studiava embrioni al microscopio, aprendo la strada ad un Nobel stellare, invidiato dal mondo, altri italiani esportavano la mafia oltreoceano, e chi è venuto dopo ha dovuto difendersi dal nomignolo Maccaroni-Mafia. E ora dobbiamo difenderci dalla vergogna politica che ci rende ridicoli nel mondo, ogni giorno c'è un articolo sul burattinaio, lo showman, il tycoon, e quando ci chiedono "Why?", perchè, non sappiamo rispondere, e dobbiamo dimostrare che non siamo così. Perchè io mi sento esattamente come quei migranti sul barcone, partita alla ricerca di una dignità umana che mi consentisse di avere un lavoro retribuito equamente, il tanto che basta per arrivare a fine mese senza dover contare gli spiccioli prima di fare la spesa. Ho solo avuto la fortuna di non dover prendere una zattera fatale ma un qualsiasi volo economico della Ryanair, con un trolley che chiudeva dentro quattro stracci e la voglia di un biglietto di ritorno. E nel fare la valigia da imbarcare ho imparato che tutto ha un peso, che i 20 kg ammessi li superi con 2 libri, una macchina fotografica e un album di fotografie sgualcite che rappresentano il sentiero contorto che hai costruito in 40 anni. E vorresti che tutto fosse più leggero per poterti portare dietro la sciarpa che tua madre ha creato per te alle elementari, o le lettere di tuo fratello quando stava male, o la sabbia della mia isola avara e meravigliosa che mi porto nell'anima...e invece lasci tutto sparso sul letto della tua camera, chiudi il trolley e i suoi 20 kg di amarezza e scappi via, ché il volo non aspetta. Mi sento umiliata e offesa per le parole di pochi stolti, per una legge iniqua che punisce i disperati, per le parole velate di razzismo della gente comune: mi sento offesa perchè quando sono partita dalla Sardegna ho trovato Roma, con le sue braccia grasse da massaia mediterranea, ad accogliermi come una figlia maledetta che ha bisogno di volare. E quando sono arrivata all'aeroporto di Stansted ho trovato due amici con un sorriso largo, un divano pronto, una Londra che mi regalava un raggio di sole, una casa e un lavoro dignitoso, dove in 15 giorni guadagno quanto un mese in Italia. E Londra mi ha accolto con i suoi tentacoli scivolosi, che sanno di pioggia e pudding, che mi nausea, ma che mi fa vivere DIGNITOSAMENTE. Quella dignità che non mi ha dato la mia patria l'ho trovata qua, e mi chiedo come mi sarei sentita se questa nazione, questa città, avessero usato per me lo stesso ostracismo che oggi hanno alcuni politici e connazionali per i migranti. Perchè non si deve pensare che tutti gli italiani all'estero danno orgoglio all'Italia con un Nobel o un Oscar: abbiamo anche regalato al pianeta fior fiore di delinquenti che hanno insozzato il buon nome dell'Italia fuori dalla patria. E allo stesso tempo il mondo è pieno di italiani che lavorano sodo, onestamente, facendo la pizza, cucinando una carbonara senza guanciale o guidando un autobus di linea. È questa una buona parte degli italiani: lavoratori onesti e dignitosi che devono difendersi e dimostrare che siamo brava gente, che abbiamo solo bisogno di un lavoro, che non siamo mafiosi, bunga-bunga man o altre cose spregevoli che ci vengono incollate addosso come un francobollo stantio. E amo questa mia Italia, la difendo a spada tratta, appendo il tricolore alla mia parete anche se non ci sono i mondiali, e lo faccio a nome di tutti gli italiani onesti che vogliono dimostrare al mondo che siamo persone per bene, gente onesta che ha voglia di lavorare. Perchè io rappresento tutte le persone oneste che scappano in cerca di una vita migliore, sono quel bambino morto nel barcone a Lampedusa, sono l'albanese sul gommone che non è riuscito ad arrivare in Puglia, sono tutte le persone che sono scappate e hanno inciampato su un filo spinato trovando l'inferno al posto della dignità. E in questo mio sfogo c'è tutta la rabbia verso un paese che ha la memoria corta, che si dimentica che i suoi figli sono in giro per il mondo, alcuni sono delinquenti ma altri fanno lavori dignitosi e vengono trattati con rispetto quando lo meritano. Ho un manager che la mattina mi fa trovare un the caldo e un cupcake quando entro a lavoro, ho una Boss che si incazza se io non prendo la pausa e mi urla “take a break!”, ho una receptionist iraniana che mi porta gli snack e me li fa trovare davanti al monitor, e ogni giorno esco da lavoro e mi ringraziano per aver portato 4 thermos del cazzo di caffè, e mi ringraziano che vado a lavoro “clean and tidy” perchè pensano che potevo anche fottermene, non andare a lavoro o andarci sporca e disordinata. E quindi grazie per l'aiuto, for help us, thank you che sei venuta a lavorare, thanks a lot perchè sei venuta clean and tidy, pulita e ordinata. Non faccio niente di straordinario: porto caffè a della gente che parla di affari. Ma lo faccio onestamente e vengo trattata con rispetto, gentilezza e cortesia, cose alle quali non sono abituata e mi imbarazzano. E come me tutti quegli italiani che lavorano in una cucina o in una sala di un qualsiasi ristorante, che vengono trattati col guanto di velluto, eppure fanno dei lavori che in Italia sono svolti dagli albanesi, dai rumeni, dai bengalesi. Solo che in Italia questi sono “gli stranieri che ci rubano il lavoro”, ma prendono 500 € al mese e quando fanno cazzate (esattamente come gli italiani all'estero) è perchè sono gli stranieri che delinquono. Io vi porterei qua, a viverci in mezzo a questa città melting pot, dove GLI STRANIERI SIAMO NOI, e siamo noi che dobbiamo difenderci dal cattivo nome che ci portiamo dietro, e dover dimostrare ogni giorno che non siamo solo dei silly people, mafiosi o evasori fiscali. Qua siamo noi i negri, i rumeni, i bengalesi: la differenza è che qua veniamo pagati bene e ci trattano con rispetto. E non è una differenza da poco conto, proprio no: ci accolgono, non ci rifiutano e non ci lasciano marcire in un mare di disperazione. Non tutti gli italiani all'estero vinceranno il Nobel, ma sono i kitchen porter di un ristorante a Totthenam Court Road, runner in un pub di Soho, cleaner di un Pret-a-manger di Green Park, housekeeping di un Hotel nell'Embankment. O la ragazza del caffè nelle stanze di incontri...che trattiene le lacrime di fronte a una tragedia, che difende la sua terra e, nonostante tutto, è orgogliosa di essere italiana. E ogni mattina mi alzo, leggo i giornali e aspetto di leggere che stiamo migliorando, aspetto di sentire che c'è bisogno di me in quello stivale storto. E tengo da parte i soldi per un biglietto di ritorno...per quando piangerò e non potrò più fare a meno di sentire sul mio viso le mani di mia madre, degli amici, della mia gente, che regalano alla mia pelle la sensazione indicibile di una splendida carezza ITALIANA.




12 commenti:

  1. Non serve aggiungere altro mia cara,ogni parola, ogni virgola, sono al posto giusto.
    Anche se sono in Italia, le emozioni, i sentimenti che affollano il mio cuore sono simili ai tuoi.
    Un abbraccio :-*

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    1. Mi sono sfogata, perchè davvero a volte ci manca il senso della realtà...di come siamo noi all'estero...essere dall'altra parte della barriccata. E non è facile :-*

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  2. Ho pianto leggendo il tuo post, BUONA FORTUNA!

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    1. Una storia qualunque di tantissimi italiani all'estero...e non è facile iniziare...anzitutto ci si deve difendere da chi ci precede o ci perseguita. Grazie.

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  3. Complimenti piccola Sfiggy, quello che ho letto mi ha fatto emozionare. Ti abbrraccio.

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    1. Grazie, lo tengo stretto questo abbraccio ;-)

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  4. che incredibili verità, mi viene da piangere leggendo il tuo post perchè sembra di vedermi riflessa.. sarda a madrid, lavoro onesto e pagato bene, diritti rispettati rispetto a quello che in italia avrei potuto trovare.. ma mi manca da morire la mia terra, la mia famiglia, non poter vedere ogni giorno il sorriso di mia madre.. un abbraccio forte..

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    1. Per fortuna non sono la sola a vivere questa esperienza....ci meritiamo un "in bocca al lupo" a vicenda ;-)

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  5. Ti ho letta e ti trovo molto nell mie corde. Non sentirti però mai da meno di nessuno, in quanto italiana. Ogni popolo ha le sue vergogne e i suoi scheletri nell'armadio. Berlusconi ha le sue colpe, ma è diventato anche il capro espiatorio di tutti i mali del mondo. Non è così, o saremmo fortunatissimi e tutti i mali del 'mondo' sarebbero risolti. Il nostro Paese è fatto da gente come te, me e la gente di Lampedusa. Chi ci critica avrebbe sparato addosso a quei poveretti. La Spagna lo ha fatto, la Francia non è certo da meno. Rialziamo la testa e fanculizziamo a dovere chi parla a sproposito. Quindi sii fiera , già lo sei di tuo. Tu sei una bella persona e non sei la sola in questo Paese, per fortuna:)

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    1. Io sono orgoliosa, nonostante tutto, di essere italiana. Un abbraccio :-)

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  6. Piango.
    Piango per chi deve allontanarsi dagli affetti e dalla propria terra,per poter vivere dignitosamente.
    Piango perchè devono lottare per dimostrare il loro valore, con sofferenza.
    Piango per coloro che pagano col dolore o la morte la "colpa"di essere nati nel posto "sbagliato".
    Piango perchè sono una madre che ha la figlia lontana e la vorrebbe abbracciare .

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  7. Sono emigrata anch'io, ora all'eta di 50 anni per mantenere unita la famiglia . Sono rimasta in Italia , dal sud sono andata al nord. non sono straniera (nel senso stretto della parola) ma mi sento come se lo fossi, perchè questa non è la mia terra.Ho letto il tua bellissimo ed emozionante testo e ho pianto, perchè mi sento come te nonostante io sia rimasta nella stessa nazione. Tutti quelli che sono costretti ad esiliare (in fondo è un po' un esilio il nostro ti pare?) si sentono più vicini tra di loro. Non serve a nulla però piangere. L'unica cosa che faccio è spiegare ai miei figli perchè la gente viene in Italia e che noi siamo fortunati perchè appunto pure essendo emigrati almeno non abbiamo la difficoltà di non capire la lingua, e in fondo in fondo la cultura e le tradizoni sono le stesse. Spero solo che possano costruire una nazione migliore e senza pregiudizi...questo spero. Coraggio giovane amica siamo tutti con te. E grazie per le tue splendide parole!

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